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Ai Governanti (?), MAXXI

Scritto In occasione della giornata di “Chiamata per l’arte” presso il Museo MAXXI di Roma, prima sessione/politiche culturali: Proposte per il Governo per incentivare il settore.

Ai governanti (?)

Giovanni Battista diceva di sé: Io sono Voce di uno che grida nel deserto. La sua voce gli apparteneva, era solo sua. Dentro il deserto vero poteva udirne distintamente il suono ed essere certo che l’aria ne avrebbe accudito il senso.
La mia voce, al contrario, non mi appartiene, non è più mia, non ne sono il proprietario, ma è donata a voi in forma di canto corale. La mia voce appartiene a quelli che hanno urlato nel deserto senza l’eco del senso, alla moltitudine di bastardi che hanno faticato e sudato sotto il sole implacabile del potere, continuando però a cantare e danzare.

La voce che mi parla attraverso è la stessa che ha originato l’urlo collettivo di Allen Ginsberg:

Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude, isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa …

Quella voce, della nostra gente e della nostra generazione, ha urlato nelle strade “Vogliamo tutto!”, non tutto quello che è possibile ma tutto quanto è desiderabile.

Oggi lo stesso urlo ci si ferma in gola, il desiderio non è stato modello del possibile e il possibile non ha dato forma al reale e il reale non ha accolto nessuno dei nostri urli.

La mia voce (che non è mia) non può fare altro che mostrarsi davanti agli occhi di una comunità sperando che ne diventi l’eco.

Questa mia voce (che non è la mia) si ascolta dire rivolta ai governanti: A furia di non darci niente siamo oggi costretti a chiedervi di nuovo tutto! Un tutto liquido, di cui non sappiamo i confini né che forma abbia, se disegnato da leggi o no, se sia fatto di particolari richieste infilzate come perle o come rosario, ma con un filo troppo trasparente ed esile per resistere al peso, un filo fragile e in continuazione spezzato che lascia cadere le idee a rotolare per il mondo come pezzi di mondo che va a rotolo.

Non vogliamo pregarvi di darci qualcosa perché non siete il nostro dio, non avvertiamo la vostra assenza come un pieno di presenza ma come un atto criminale, NOI siamo la legge voi la latitanza, la fuga colpevole, l’atto mancato per incultura degli atti, non per distrazione amorosa.

In tutti questi anni, vi abbiamo chiesto poco, perché poco volevamo per viaggiare leggeri.

Abbiamo chiesto alcool a poco prezzo per fare festa col nostro linguaggio e ci avete sommerso con la vostra creatività irresponsabile.

Abbiamo chiesto spazio e ci avete dato prigioni spacciandole per il migliore dei mondi possibili.

Abbiamo chiesto di poter guardare negli occhi dei bambini solo per scambiarci stupore e ci avete proposto corsi intensivi e massacranti.

Abbiamo chiesto ascolto per le nostre parole nuove, delicate e complicate e ci avete offerto multimedialità merdosa che puzza e corrode come zolfo bollente.

Cosa ci rimane di chiedervi oggi? Non vogliamo più TUTTO perché sappiamo che è diventato il vostro slogan. Voi volete essere TUTTO noi vogliamo, invece, essere intatti, vogliamo ricostruirci e vogliamo quanto ci serve.

Ci serve fiducia nelle composizioni.

Ci serve un’identità formale.

Ci servono uffici a poco prezzo dove trattare i nostri affari sentimentali.

Ci servono attrezzi collettivi che possiamo usare e riporre dove li abbiamo presi.

Ci serve uno studio legale che stia con noi per difenderci da voi.

Ci serve un posto dove dimostrare che sappiamo fare qualcosa.

Ci servono officine dove fare manutenzione alle nostre immagini.

Ci servono immagini per sviluppare storie.

Avete tutto questo da darci? O almeno qualcosa! Qualcosa che ci faccia diventare parte della vostra Nazione, anche se non giochiamo a far parte della vostra Nazionale. Qualcosa che faccia di voi dei cittadini col vento in poppa e non dei galeotti incatenati al potere e costretti a remare per mandare avanti una nave che non ne vuol sapere!

Voi siete lo stagno, noi il vento e, cari ministri e degenerati vari, vi odiamo a sufficienza per soffiare forte per farvi sbattere prima possibile contro gli scogli delle nostre parole.

Parole di roccia solo per chi non vuol capire che abbiamo già fatto quanto ci avete chiesto fino ad accorgerci che era tutto un imbroglio. Ci siamo fidati di voi, del vostro vociare stonato, ora è il momento della melodia fondata sulla sfiducia e su questa dobbiamo cantare le nostre richieste, i nostri nuovi desideri.

Sarà un canto a tratti fastidioso che vi chiedo di cantare con noi.

Alfredo Pirri
Roma 29 settembre 2012

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