Carlo Guaita, 1999

Testo scritto per l’artista Carlo Guaita, 1999

IL GIALLO DELLA FIAMMA; VITA NEL DESERTO; DOPO LA PAROLA FINE

Quando guardiamo il fuoco ardere (un qualsiasi fuoco, quello prodotto dalla legna o dal gas domestico) vediamo la fiamma suddivisa in colori diversi. Noi sappiamo che la parte gialla ci indica la presenza di parti “impure”, chimicamente più pesanti. Dalla combustione di queste particelle si origina quella parte azzurra, più pura prodotta dall’ossigeno aereo che tanto ci fa pensare al colore del cielo.

Esiste una fiamma così pura, solo azzurra (o tutta bianca perché l’azzurro si incontra sulla strada del bianco)? Una fiamma pura che non si “poggi” su nulla di pesante?

Quando guardiamo il deserto ci meravigliamo della sua rigogliosità, della vita che lo anima. Eppure i libri ci hanno preparati agli incontri, con piccole piante rinsecchite (solo all’apparenza) o animaletti saltellanti dalle lunghe zampe. Evidentemente le illustrazioni non “prevengono” la meraviglia che ci coglie di fronte al vivente, anche se l’anticipano (forse anticipandolo lo mortificano).

Cosa crescerà ancora, in futuro, nel deserto e che aspetto assumeranno gli uomini se accadrà la desertificazione? Useremo ancora oggetti da spostare o dovremo farne a meno?

Se abbiamo guardato un film con piacere, volentieri rimaniamo a leggere i titoli di coda. Ancora oltre alla parola “fine”, speriamo in una parte di pellicola eccedente, una traccia, un graffio che ci dica: non è ancora finita, fermatevi ancora un poco. Sono questi i segni che ci portiamo dentro tornando a casa, materia gioiosa che sta a ricordarci di cos’è fatta la storia a cui abbiamo assistito.

Perché e quando la parola fine ci regala tanta gioia? Quando è conclusiva di una grande storia? Perché suona come un appuntamento?

Caro coetaneo, per cui scrivo, perdonami se antepongo alla riflessione sulla tua pittura le mie impressioni di fronte ad essa. D’altronde l’interpretazione (non nel senso speculativo del termine, bensì come fa un attore che si cala nella parte che deve rappresentare) non è la porta di tutte le domande? Non è forse essa che ci permette di metterci in relazione col quadro facendoci rivivere la sua avventura originale, seppure in maniera diversa?

Allora, se io provo a calarmi in te come studioso (o studente?) di chimica, di scienza geografica ed infine lettore di filosofia, mi accorgo di vestire i panni che conosco già di un “pittore coetaneo” che vuole trascinare nella pittura il mondo di prima, la sua vita di prima, quello che era prima di diventare un pittore. Poiché sa che da quel momento in poi tutto il proprio mondo, la propria esperienza, diverrà un’esperienza cromatica, dove quello che era prima conterà sempre meno; il colore sarà forma e giudizio, gioia e materia. Rivedo nei gialli impuri il bisogno di dare una consistenza non astratta alla rappresentazione (alla rappresentazione?), una sorta di pesante basamento che sprofonda nella materia pittorica, non per scoprirne le origini, ma per meglio sistemarvisi. Un peso che una volta collocato diviene premessa e matrice di leggerezza e facilità. Lo stesso per gli altri colori, mai un timbro “puro”, nominabile secondo l’indicazione dell’industria che l’ha prodotto. E’ quest’impurità che ci appare già, ancor prima di diventare rappresentazione, storia narrata.

Cosa ci racconta questa storia? O meglio cosa “ci vuole” raccontare? Poiché non sembra, da nessun punto di vista, che effettivamente ci sia racconto, e quindi storia. Ci narra per l’appunto di un, volere (testardo, precedente il desiderio) che non si esprime più attraverso la “volontà di potenza” (o che, chissà, ne scopre la sua natura più essenziale). Un volere che dapprima risulta una scelta morale, privata, per poi esprimersi in una dimensione essenzialmente artistica dove la morale non è più regola impositiva ma veste qualitativa ed espansiva, creatrice di bellezza e quindi di volontà d’essere. So della purezza di questa particolare impurità dei colori, della sua bellezza, qui intesa come quello che si presenta a noi non in aspetto virginale, (niente vestitini da prima comunione per favore!) ma adulto, non stanco, non cinico, col viso aperto.

“Un impuro viso aperto” sembra una contraddizione, non nell’esperienza di un pittore che scurisce il bianco per renderlo allo stesso tempo giallastro e bluastro e il nero verdastro e rossastro e il verde violaceo e il rosso ingrigito. La convivenza in un solo colore di più timbri (a volte in opposizione) dà origine ad una bastardaggine cromatica che tende a farsi storia. Storia fatta di sfumature, seppure uniformi, monocromi incostanti, letteratura a colori. Storia fatta di rilievi accennati di pasta oleosa di colore in parte rimossa o rimescolata verso i bordi, con visioni sottostanti di trame telate, ottenute raschiando, un po’ come si fa col fondo della padella per l’istinto (tipico del bastardo) di arrivare al fondo scoprendo che oltre non si può andare .

Andare oltre vorrebbe dire ampliare di troppo l’orizzonte, renderlo esteso, incomprensibilmente largo. Il pittore è interessato alla fissità, di quella porzione di spazio che sta occupando e sa pure che quella porzione non è sostituibile con altre, anche se ognuna parla per tutte. L’orizzonte ampio è lo spazio aperto del deserto nell’ebraismo, è l’orizzonte del libro che rincorre la singola pietra e il singolo granello di sabbia chiedendogli di farsi parola capace di raccontare quel paesaggio incommensurabile alla vista, troppo esteso per essere ridotto a unità, un paesaggio dove pare che tutto l’accadere eventuale sia già accaduto, tutti gli eventi geologici consumati.

Il pittore occidentale (senza la O maiuscola),distoglie lo sguardo dal sole, ne ammira semmai gli effetti di luce sulle cose e ne osserva l’azione del calore, a volte corrosiva, a volte vivificante . Quando vuole dipingere con l’acqua adopera metodi e procedimenti  simili a quelli subiti dalla terra in un succedersi di inondazioni e prosciugamenti.

Caro coetaneo, sono fuori parte scrivendo questo? Conosco la differenza fra un acquerello “bagnato” e uno “inondato”, “asciutto” o “prosciugato”. Molte cose li distinguono: il tempo necessario a valutarne il risultato, la possibilità o l’impossibilità di dar vita a delle figure seppure casuali, e infine la materia, la prima trasparente mattutina sempre descrittiva, la seconda opaca o traslucida, meridiana e concreta. Ogni acquerello di questa razza ci riporta all’attenzione verso eventi naturali piccoli, come il sale che si deposita in una piccola conca o quella macchia di verde più intenso dove batte di più la luce. Nello stesso tempo ci trasporta nel cuore della terra e lontano, dove i venti e le forze atmosferiche in alleanza con essa stanno decidendo il nostro futuro di esseri occidentali. Crescerà qualcosa in questa terra, in questo paesaggio in movimento? Dobbiamo prepararci a vivere nel deserto? E’ bene che i quadri siano piccoli perché si avvicinino di più alla dimensione del seme? Ci saranno ancora pareti dove inchiodarli?

Strano che i quadri suscitino tali domande, siamo partiti dicendo che il pittore, da quando diventa tale, si trasforma in uno spirito cromatico, qualcuno che comprende e giudica se stesso e il mondo attraverso i colori e non viceversa.

E così è, infatti sono i colori del pittore coetaneo, quei semi di speranza, che ci trascinano oltre la parola fine. Anzi, di più, ci fanno apparire questa parola transitoria, giusta per un episodio non per la storia intera. Siamo già tutti oltre e la fine è alle nostre spalle, l’abbiamo attraversata senza quasi rendercene conto. La storia ci è venuta incontro senza che noi ce ne accorgessimo ed insieme a lei lo schermo inglobandoci.

Non sapevamo d’essere attori oltre che spettatori. Siamo passati attraverso i titoli di coda dove abbiamo letto i nostri nomi distrattamente e quando siamo arrivati alla parola fine non abbiamo urtato un muro, abbiamo incontrato solo una piccola pausa prima di ritrovarci proiettati in uno spazio fatto di segni tracciati a mano sulla pellicola, uno spazio che desidera essere riempito di nuove storie. In questo spazio agisce lo spirito cromatico, non vecchio non nuovo, non pre non post, spazio da fare prima che da chiamare, forse da invocare, certo da vivere insieme, coetanei e non.

Alfredo Pirri

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