CHIESA DELL’ANGELO

Chiesa dell’angelo
Bergamo, 2004

“L’uomo è individuato nel suo esistere da due coordinate in un certo senso fondamentali: il tempo e lo spazio, due realtà che egli non si costruisce, ma che gli sono preesistenti. In esse l’uomo viene posto e determinato; tuttavia queste vengono da lui qualificate in modo necessario, positivamente o negativamente. L’uomo si muove nel tempo, l’uomo occupa uno spazio.

Questo rapporto uomo-spazio/tempo, se da una parte fa prendere gioiosa coscienza dell’esistere, dall’altra evidenzia il limite stesso dell’esistenza umana. Pertanto, mentre si vorrebbe vivere tutto il tempo e possedere tutto lo spazio per raggiungere la felicità, è proprio in questo processo di conquista che s’incontra la sofferenza, sperimentando tutta la limitatezza degli stessi tempi e spazio Essi oggettivamente ci si propongono come una successione continua di punti, di elementi di riferimento finiti, limitati e limitanti; da qui l’anelito a uscire da essi, cioè a liberarsi dalle loro limitatrici caratteristiche connaturali.

L’uomo aspira ad evadere dalla prigione, pur tanto amata, dello spazio e del tempo, per incontrare la realtà eterna, che non ha successione…L’uomo da sempre ha sentito questo anelito all’eterno e all’infinito come una legge della sua natura…”

Il gruppo di progetti, che compongono l’insieme dei Luoghi Liturgici per la Chiesa dedicata al tema dell’Angelo sita nel territorio di Curno (Bergamo) sono da intendersi come un corpo unitario ma non unico. Meglio sarebbe dire un “percorso” dove ogni tappa, ogni singolo segno e forma rappresenta un “fuoco” un punto di fuga prospettico che apre nuove vie pur mantenendo un rapporto vivo con tutto il resto dei Luoghi, fino a costituire una sorta di narrazione unitaria, dove l’unitarietà non è vista come assimilazione d’ogni elemento all’altro (per forma, colore, materiali….) bensì esaltazione del loro particolare significato Liturgico inserito in una grande “Narrazione”. In un certo senso, questo percorso rappresenta la storia di una continua alternanza di pieno e vuoto, limitato e illimitato, luce e ombra, con un elemento comune che tutto lega: la trasformazione della materia in luce. Una Narrazione in cui l’alternanza non è vista come scissione inconciliabile ma presenza simultanea d’opposti, tesa a celebrare l’alleanza fra gioia e dolore, fra l’alto del cielo e il basso della terra.

Lo stesso tema della “compresenza” ispira il dialogo costante con l’architettura dell’edificio nel quale i “Luoghi” sono inseriti. Essi appariranno come dei punti particolarmente espressivi di un percorso di cui l’edificio n’è la geografia. Non si è trattato solo di “poggiare” in spazi predeterminati degli oggetti, bensì concepirli come parte integrante dell’edificio medesimo. Luoghi simbolici ed architettonici allo stesso tempo che caratterizzano la progettazione artistica e architettonica come un tutto unitario, un paesaggio comune.

Tutte le parti in corsivo che fanno da introduzione sono tratte da “Liturgia e arte, i luoghi della celebrazione” di Vincenzo Gatti EDB editore Bologna 2001

IL PORTALE

Varcare la porta della Chiesa è per il cristiano un gesto carico di significati e di impegni…varcarne la soglia comporta la volontà di passare da un ambiente a un altro, da una situazione a un’altra…nella dimensione profetica – e l’arte ce lo conferma – essa è chiaro richiamo del passaggio da questa vita a quella eterna; dalla condizione di viandanti a quella di contemplativi…

Nel Portale, è esaltata la sua funzione simbolica piuttosto che quella “costruttiva”. In esso, quello che prevale visivamente è la compresenza delle due lettere “ALFA e OMEGA” che bisogna attraversare, per entrare nell’Assemblea. Il portale qualifica immediatamente la Chiesa come luogo d’unità in Cristo, esso ne rappresenta la sua stessa essenza…Io sono l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine…

Il Portale si compone di due punti di vista; il primo esterno rivolto verso la strada che scorre davanti la Chiesa, con una prospettiva di circa 25 mt. dal suo fronte. Nella visione esterna le due lettere (che occupano quasi per intero la dimensione del Portale) sono intrecciate fra loro, quasi incastrate, ma ben riconoscibili. La seconda visione è interna all’Assemblea. In questa le due lettere si sommano in una forma che diviene quasi astratta, trasfigurata, sintetica, è come se una volta entrati nell’Assemblea, l’ALFA e l’OMEGA si riunissero in un unico corpo.

Il Portale è immaginato in continuità costruttiva con il resto dell’edificio continuandone l’uso del cemento bianco trattato allo stesso modo del resto della facciata, fin quasi a mimetizzarsi con essa. Si tende così a favorire l’emergere delle due lettere che sono evidenziate con l’apporto di terre colorate (due colorazioni, ognuna per lettera) inserite nell’impasto cementizio. L’interno propone la stessa lavorazione, ma con colorazione unica (rossa) sia per il fondo sia per la figura ottenuta dalla somma delle due lettere.

Il Portale, è composto di due ante con spessore di circa dieci cm. Il suo perimetro è inferiore d’ulteriori dieci cm rispetto al vano d’apertura protetto da controtelaio. In tal modo, il vuoto che si va a creare (chiuso con una fascia di cristallo trasparente della stessa misura), diviene una “cornice” luminosa ottenuta dal riflesso della colorazione rossa sul vano bianco retrostante il Portale. In tal modo la forma dell’ingresso con le lettere contenute spicca dal resto della facciata rendendone visibile il disegno anche in ore notturne.

La realizzazione prevede l’utilizzo di telai portanti in acciaio tipo corten, con fasce di contenimento per le lettere ALFA-OMEGA nella stessa essenza. Tecnicamente l’opera si può definire una “Tarsia”, in cui il materiale metallico è visibile nel suo lato di spessore. Mentre quello cementizio (colato nella forma metallica realizzata in anticipo e quindi perfettamente solidale col tutto) è visibile in fronte. Tutti gli accessori (cardini, battute d’arresto, guide, chiusure…) necessari al funzionamento sono progettati e realizzati in modo d’essere considerati strutturali. 

L’ALTARE

…è necessario fare attenzione ad alcuni particolari concreti: innanzitutto che l’altare come struttura non abbia un fronte e un retro, ma che le sue quattro facce siano, e anche appaiano, importanti allo stesso modo…

L’Altare è qui inteso com’evoluzione e allo stesso momento memoria del primo altare Cristiano, non più ara sacrificale terribile nella sua rozzezza, ma cumulo votivo di pietre poste l’una sull’altra con grazia a ricordare il luogo dove si è svolto un avvenimento eccezionale, sovrumano. In questo caso le pietre sono divenute sfere di dimensioni differenti. Ognuna di esse è un mondo (conosciuto o possibile), tutti convivono appoggiandosi l’uno all’altro, reggendosi a vicenda e descrivendo un moto contemporaneo di ascesa e discesa. Sovrapposta alla massa di sfere, la mensa, con il suo sviluppo orizzontale, si propone come piano di quiete che tutto sovrasta. Un piano corposo ma non pesante alla visione, qualcosa di possente che però si stende sulle sfere con la delicatezza di una piuma, o di un atto d’amore. L’area occupata dalle sfere così s’identifica con un respiro che col suo movimento continuo d’apertura e chiusura mette continuamente in relazione l’alto col basso, eleva la mensa offrendola alla gente ricordandoci che il “basso” dei sentimenti tristi e della terra e “l’alto” dei sentimenti felici e della luce provengono da una fonte unica, da un corpo unico. Quel corpo di Cristo che sprofondando nella terra diviene fonte di rinascita.

L’Altare è composto di due parti: la prima è un insieme di sfere di dimensioni differenti in rame dipinto di bianco tenute insieme da una struttura in acciaio che le attraversa tutte all’interno costituendo una forma unica e solidale. Su questa forma (leggermente in sospensione tramite distanziali), è poggiato un piano di marmo azzurro dipinto di blu sul fondo invisibile alla platea, in tal modo il blu si riflette sulla composizione di sfere tingendole di un riflesso azzurro maggiormente visibile nella parte superiore tendente a sfumare verso il basso. Nel punto di contatto della massa di sfere col pavimento (anch’esso parzialmente di marmo bianco), alcune di queste saranno utilizzate solo nella metà superiore, in modo da far apparire la forma come “virtualmente” continuata verso il basso, proveniente da un piano ancora più “profondo” di quello del pavimento.

Alcune luci sistemate a pavimento (allo stesso piano del suolo), ne illuminano la parte colorata sottostante dando maggiore rilievo e visibilità al riverbero azzurro e conseguentemente alla massa cromatica e volumetrica in generale.

L’ABSIDE CON LA CROCE

Nell’antichità, la croce gemmata, priva del corpo di Cristo crocifisso, era segno del mistero pasquale nella sua interezza, di morte e di resurrezione. Più tardi su di essa venne posta l’immagine di Cristo…Cristo cominciò ad apparire nella sofferenza, in un crescendo che raggiunse nei secoli seguenti la drammaticità, addirittura della disperazione. In questa immagine l’uomo ritrovava la proiezione della propria debolezza, più che la sofferenza resa serena e addirittura gioiosa dell’amore…

La croce, come ha detto l’Apostolo Matteo, “…fu lo strumento scelto da Dio per la salvezza dell’uomo…”. Essa è da intendersi come luogo intermedio, stazione di transito fra il mondo terreno (visibile) e quello celeste (invisibile)

La mia opera comprende questi temi restituendoli in maniera essenziale: si tratta di una “parete” antistante la curva dell’abside che porta incisa il segno della Croce con un taglio largo circa dieci cm.per asse. Questa “parete”, assume il senso di un Piano. Inteso sia come “Piano formale”, (superficie che vive un dialogo stretto con lo sfondo curvo dell’Abside essendo realizzato della stessa materia luminosa); sia come “Piano Divino” (vale a dire strategia Divina che si compie nell’atto della crocifissione). In ambedue i sensi, la Croce è rappresentata come luce. Anzi, la luce riflessa che la rende visibile e la esalta è ottenuta letteralmente dal colore contenuto sul retro del “Piano”, di esso la croce fa parte, da esso è generata.

Sovrapposto al “Piano” vi è il “Disegno” del corpo del Cristo. Un disegno secco, immediato. Quasi più un gesto, un graffio, che un disegno, allo stesso tempo ombra del corpo e corpo medesimo (qui inteso anche come corposità del disegno). Piano e Disegno sono stati per me i termini ispiratori per quest’opera raffigurante la Crocifissione, quelli che meglio rappresentano la Volontà del Divino e allo stesso modo la pratica dell’arte.

Il Piano origina quasi da terra (dove è incernierata con appositi sostegni) distanziandosene di poco, e s’innalza quasi a toccare il margine superiore dell’Abside. Esso si staglia su una superficie luminosa (non illuminata, ma portatrice di luce) che allude ad una curva celeste che tutto avvolge e sovrasta. La posizione e la dimensione del Piano (distanza dal fondo, leggera inclinazione, etc…) sono immaginate in stretto rapporto alle misure dell’Abside e alla posizione delle prese di luce naturali dall’alto (già previste nel progetto architettonico).

L’asse: Portale, Altare, Crocifissione, Abside, è da intendersi come la narrazione di un evento che ha nel dialogo stretto Corpo-Luce il suo aspetto preponderante. L’Alfa e l’OMEGA del Portale si schiudono aprendosi per dare accesso al corpo del fedele nella casa di Cristo, entrando in essa ci si trova innanzi all’orizzontalità della mensa, l’Altare avvia quella dinamica di trasformazione del corpo in luce, in un certo senso n’è il trampolino, la base, perché si possa attraverso lo stretto varco della Croce segnata dal disegno del corpo di Cristo, arrivare allo sfondo curvo e pieno di luce dell’Abside. Questa curva luminosa funge un po’ da “specchio”, essa ci ripropone sia la luce che cattura nello spazio sia (in maniera indistinta) la nostra immagine, proponendoci (alla nostra coscienza) come parte integrante dello sfondo luminoso, proiettandoci in una prospettiva inaspettata, nuova, gioiosa.

IL TABERNACOLO

il nodo del problema era l’eventuale distacco del tabernacolo dalla mensa dell’altare…questa separazione generava sospetti e implicazioni dottrinali sulla eucaristia in quanto nella mentalità e spiritualità corrente il tabernacolo e l’altare facevano un tutt’uno…separare il tabernacolo dall’altare equivale a separare le due cose, che in forza della loro origine e della loro natura devono restare unite…

Il rapporto fra Altare e Tabernacolo è a fondamento del mio progetto. La forma del Tabernacolo, naturalmente, non è assimilabile a quella dell’Altare, semmai n’assume la ragione implicita. Così come nell’Altare, le sfere che sorreggono la Mensa inseriscono una dinamica alla forma altrimenti statica del “tavolo”, dinamica, come abbiamo visto, non solo formale ma essenziale all’opera. Allo stesso modo, il Tabernacolo è composto di piani in espansione (virtualmente continua). Questi piani, si originano dalle sei facce di un cubo (di circa cinquanta cm per lato) non chiuse addossandosi, bensì accostandosi in modo che il cubo d’origine sia già esso stesso il risultato di un’estensione dinamica nello spazio. Ad ognuna delle sei facce si sovrappongono altre due superfici della stessa misura e composizione, la forma che così s’ottiene è quella di una croce orientata a 360 gradi nello spazio. Le facce ultime (quelle esterne) sono internamente dipinte di blu, le seconde (quelle dopo le componenti il Tabernacolo stesso) sono internamente dipinte di rosso, ambedue i colori si riverberano sulle facce retrostanti. Aprendosi, esso rivela un “cuore” prezioso essendo interamente (all’interno) rivestito d’oro. Nell’atto d’aprirsi, quindi muta di luminosità passando da una luce esterna colorata di fasce blu e rosse, ad una luce unitaria giallo oro. Questa convivenza di colori  fa sì che il Tabernacolo, sia l’unico “oggetto” che racchiude tutti i colori presenti singolarmente negli altri elementi. Il Tabernacolo è quindi il “precipitato” formale e sostanziale dell’intero percorso fin’ora descritto, la vera casa ospitale dove tutto trova riunione. Tutti gli elementi e le tecniche usate nelle altre opere si ritrovano qui accomunate: il colore, il piano, la spazialità, la trasformazione dinamica, la sorpresa, etc.

n.b. Il modello del Tabernacolo non è ancora disponibile nella sua versione definitiva, pertanto è l’unico elemento del quale si presenta solo il disegno “tecnico-costruttivo” in attesa di una più precisa definizione dei particolari.

L’AMBONE

qui è sottolineata l’unicità del luogo della Parola. Anzi lo sviluppo qui esprime simbolismi ulteriori, ad esempio quello del giardino. Infatti si manifesta l’immagine dell’Eden, in cui ritorna risuonare non più la parola di condanna o di morte, ma, al contrario, una testimonianza di amore e di redenzione…La sua componente essenziale è la colonna, evidente riferimento a quella di “fuoco” che faceva da guida e accompagnava il popolo ebreo nell’uscita pasquale dall’Egitto…

L’Ambone, pur essendo il “luogo della Parola”, non è un leggio. E’ invece un segno stabile, non amovibile che rappresenta il “Tempio della Parola”. Esso coniuga una dimensione “architettonica” ad una “immaginifica”.

La dimensione architettonica consiste nel ritagliarsi fisicamente uno spazio che s’innesta (sostituendolo parzialmente) nel piano elevato del presbiterio, sul limite fra esso e il pavimento dell’assemblea. In un certo senso collega i due piani mettendoli in rapporto, è una sorta di cerniera che tocca entrambi livelli originandosi dal basso. In un vano tagliato nei gradini che portano dal piano del pavimento a quello del presbiterio, s’innesta un parallelepipedo composto di sette lastre di pietra sovrapposte di colore grigio di dieci cm di spessore ognuna e di una misura di pochissimo (2 cm) inferiore a quella del vano vuoto in modo d’accentuarne il disegno e farne apprezzare il volume e il peso. Da questa massa si origina un elemento verticale dello stesso materiale su cui poggiano due lastre (sempre del medesimo materiale) poste in modo angolare, come fosse un libro aperto col lato aperto rivolto alla gente. All’interno una lastra metallica piegata con la stessa angolatura è dipinta in bianco nella faccia superiore, quell’inferiore (invisibile dall’assemblea) è dipinta di rosso. Così il colore si riverbera sul bianco che diventa uno schermo accogliente. Sul davanti, la zona che intercorre fra la parte sporgente dei piani inclinati ed il pavimento dell’assemblea (circa 208 cm), è attraversata da una colonna in cristallo caratterizzata da una parte di colore rosso centrale continuo per tutta la lunghezza sul quale si “attorciglia” un tortiglione continuo nella forma che varia colore per quattro volte. A terra la colonna ha origine da un disco di silice specchiante nero nel quale la colonna si riflette apparendo “infinita”. Ai due lati delle lastre inclinate, altre due lastre (sempre in pietra grigia) sono poggiate quasi in maniera disordinata, rotta, ariosa, irregolare.

Il volume massiccio su cui poggia il tutto (e di cui è parte integrante) rappresenta il basamento tettonico, terrestre, (anche il sepolcro di Cristo) che tutto regge. Su esso e da esso, ha origine il piano verticale, così come in molte raffigurazioni della resurrezione fa il corpo di Cristo stesso, per es. in Piero della Francesca. Questo piano sorregge i piani angolari del libro aperto e lo porge all’assemblea tramite la sua luce nascosta. Le lastre laterali di pietra, possibili chiusure, che se usate in piedi avrebbero conferito alla struttura quel senso di “podio” dal quale si declamano le parole terrestri, politiche, a volte belligeranti e tremende, adagiate in modo irregolare testimoniano di qualcosa che è successo, della rottura di quel sepolcro dal quale Cristo è risorto, in un certo senso fuggito via. Mi viene anche alla mente la figura dei soldati Romani dormienti spesso raffigurati ai lati del sepolcro nella pittura antica.

Questo luogo complesso, fatto di tensioni è il luogo della parola sacra, anch’essa fatta di complessità e tensione. Mai violentemente usata come un’arma distruttiva e neanche mai come inutile pacca sulle spalle. Possibilmente, invece, spazio dell’interpretazione.

IL SEGGIO

…la cattedra episcopale esprime la regia generale della comunità e sottolinea in particolare un ruolo preciso del Vescovo, quello cioè dell’insegnamento, comunicante la parola di Dio…talvolta questo concetto era espresso dall’etimasia, cioè dalla rappresentazione di un seggio vuoto su cui è collocato il libro sacro o la croce gloriosa gemmata…In questa iconografia l’assenza dell’immagine di Cristo voleva esprimere la presenza invisibile, ma reale di lui risorto…

Il Seggio (o Cattedra), è immaginato come un sedile unico, realizzato in legno massiccio di circa 10 cm. di spessore. E’ concepito in modo da integrarsi con l’edificio (è dipinto di bianco) ma se ne distingue, grazie al colore posto sullo schienale e sul fondo della seduta, che si riverbera sulla parete retrostante (anch’essa bianca) e sul basamento. Il colore, in questo caso, è ottenuto “scrivendo” in rosso un testo Biblico sulle superfici nascoste del Seggio stesso. La scrittura è così fitta e piena da costituire una sorta di pittura “monocroma”. Quindi, quello che vediamo è letteralmente il riflesso della scrittura posta sul seggio.

Alfredo Pirri

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