DISCIPLINAM PONE IN CORDE TUO

Studio Casoli,
Milano, 1990

ph.Fabio Cirifino (Studio Azzurro)

C.C.B. (Carolyn Christov-Bakargiev): L’ambiente della tua recente mostra milanese allo Studio Casoli fa pensare, a prima vista, a quello di una biblioteca.

A.P.: Infatti c’è un dispiegamento dei materiali che ci fa pensare alle pagine di un libro, ad un fatto unitario. Però, oltre ad una biblioteca, si può pensare ad un museo di Etnologia, oppure ad uno zoologico (penso ad una sala sulle farfalle): il rapporto spaziale che si crea fra i quadri a parete e le strutture in legno (strutture portadisegni) fa pensare ai luoghi destinati alla catalogazione, ad una possibile azione di scambio fra tavoli e pareti. I lavori a parete sono interamente realizzati sulla carta degli inviti della precedente mostra torinese, dove c’era scritto “gas”. E’ un atteggiamento ecologico nei confronti del proprio lavoro, un non voler sprecare le cose una volta fatte. Sopra i fogli tipografici sono intervenuto con dei colori realizzati tutti a mano. Sono terre o materiali mantecati e tritati nell’olio di lino. I “tavoli”, invece, sono fatti di piani di legno “glassati” con gesso la cui parte di sotto, però, è dipinta come nelle Squadre Plastiche sicché il colore della parte inferiore di ogni piano in legno si riflette sulla materia bianca del piano sottostante. È catalogatorio anche usare potenzialmente tutti gli elementi tradizionali del fare arte, la tecnica di realizzazione è una specie di somma di tutte le tecniche che ho usato negli anni passati.

C.C.B.: Che rapporto c’è fra le composizioni astratte che fai e l’Astrattismo storico?

A.P.: Ogni singolo lavoro pittorico a parete contiene l’idea della serie. Metterli uno a fianco dell’altro evidenzia un senso di flusso o di andamento, in cui ogni opera singola acquista valore in quanto riesce a frenare il flusso, a farne un grumo, qualcosa di importante. I quadri sono una specie di ostacolo che si frappone al flusso generale. Complessivamente nella mostra c’è un’evoluzione di stili pittorici che rasentano tutti quanti l’Astrattismo, ma di fatto alcuni lavori, quelli appesi in basso sulle pareti, sono più vicini alla vera e propria decorazione astratta, che pure c’è in mostra.
Nei tre grandi lavori frontali che si trovano ai punti estremi (focali) della galleria ho sviluppato, invece, la materia iconologica della croce: si passa da un atteggiamento decorativo ad uno simbolico, ad uno maggiormente astratto. La mostra è una grande storia della pittura in cui alcuni elementi fondamentali del disegno e della pittura vengono presi in considerazione. Di fatto, però, si tratta della storia della mia pittura, della mia arte: non dunque una mostra catalogatoria della Storia dell’Arte, ma una mostra riflessiva e autobiografica, catalogatoria dei miei sentimenti sull’arte. C’è la storia della decorazione parietale, la storia dell’iconologia, della pittura astratta, la storia dei materiali che compongono la pittura e a fondamento di tutto, nelle strutture tridimensionali in legno, c’è il rapporto tenero che si può stabilire fra il dolce ed il disegno, che è il cuore delicato della pittura. Paradossalmente, le strutture tridimensionali sono un omaggio al disegno.

C.C.B. Ma le forme in gesso che stanno sui “tavoli” e che sembrano quelle delle torte di una pasticceria sono estremamente compatte e dure.

A.P. E’ un’immagine delicata e tenera, perché questi gessi sono accostati ai blocchi di carta da disegno bianca e, su tutto questo insieme, si riverbera la materia pittorica tenuta nascosta, celata dai piani di legno, come se fosse predisposto nelle cose parlare di pittura.

C.C.B. L’ambiente delle tue ultime mostre è molto pieno, ma allo stesso tempo le forme in gesso che presenti sembrano dei fantasmi.

A.P. Le mostre sono spesso un giudizio su come si provoca il vuoto: a mio avviso è sempre il frutto di un accumulo e mai di una rinuncia. In realtà, dunque, sto svuotando lo spazio riempiendolo fino al paradosso, e così imponendolo come apparizione. Però è importante dire che l’apparizione non è la conseguenza di una semplice evocazione, non può esser detta con una frase e basta: è invece sempre il frutto di un lavoro. Lo svuotamento e la dematerializzazione sono frutto di una messa in opera e non di una rinuncia. C’è una materia che deve evaporare, e questo deve essere reale alla percezione .

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