copertina

GAS

Galleria Tucci Russo
Torino, 1990

Ph.Enzo Ricci

A seguito delle Squadre Plastiche (1987/89) dove il colore è dato sulla parte posteriore sagomata di tavole monocrome, conferendo loro un’aura di luce riflessa dalla parete, e dopo le cornici presentate alla galleria Carini di Firenze (primavera 1989), dove la luce colorata è riflessa all’interno stesso dell’opera, stai ora lavorando a nuove opere, presentate ultimamente alla galleria Tucci Russo di Torino (aprile 1990), da Lia Rumma a Napoli (aprile 1990) e allo Studio Casoli a Milano (dicembre 1990-gennaio 1991). Questi lavori entrano tridimensionalmente nello spazio in una maniera molto invadente, lontano dalla rarefazione delle prime Squadre Plastiche.

A.P.: Le strutture tridimensionali propongono un’invasione dello spazio che però non è effettivamente corporale. E’ come se lo spazio fosse invaso da fantasmi. Attraverso gli strumenti della pittura, queste strutture lievitano perdendo ogni loro dato fisico. Riescono a scomparire e quindi, in fondo, non c’era molta differenza fra queste opere e le Squadre Plastiche. In tutti e due i casi, l’impianto tecnico tende a dematerializzarsi attraverso la luce ed il colore. La mostra di Torino si chiamava GAS. Erano esposte tre tipologie di opere secondo un ordine narrativo che parlava della trasformazione della materia (cromatica). Nel piano basso della galleria, lungo le pareti, erano esposti dei frottage ad olio su tela di grandi tombini del gas e nello stesso ambiente, in modo sparso e disordinato, erano esposte le strutture tridimensionali orizzontali (coricate) di cui parlavamo. Al piano superiore, in un ambiente leggermente modificato con una divisione netta in due parti (la zona per le opere e quella per lo spettatore), erano esposte cinque Squadre “quasi nere”, saturate cromaticarnente verso il buio. L’andamento della mostra descriveva la trasformazione di un veleno, che provenendo dal sottosuolo trova vari ostacoli ed ogni ostacolo diventa una forma: dal primo impatto frontale e piatto, quello della tela, la materia si trasforma in struttura (anzi in vuoto di struttura) bianco-glaciata destinata all’organizzazione ed al riposo. Da questo riposo si originavano le opere del piano superiore, grumi di materia colorata portata ai limiti della percezione, ai limiti della differenza, c’è un blu quasi nero, un viola quasi nero e così via. Il colore è tenuto prigioniero, se ne avverte il lamento. E’ il racconto di un luogo di provenienza del colore. Il colore è una materia nobile trattenuta in un veicolo sintetico; in questo senso il colore è imprigionato, intrappolato ed ingabbiato. E’ di nuovo l’idea di un grumo condensato di nobiltà. Si tratta del completamento di una tradizione e non tanto di una riunificazione simbolica o mitologica di opposti.[1]

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[1]     In “Alfredo Pirri. Compito dell’arte è testimoniare un’alterità irraggiungibile”, Christov Bakargiev Carolyn (a cura di), Flash Art, n.161, aprile – maggio 1991

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