Malevich 1935

La mostra che non ho visto, 2012

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Specchio del mondo?

La mostra che non ho visto non è proprio una mostra: è il funerale dell’artista russo Kazimir Severinovič Malevič svoltosi a Mosca nel Maggio del 1935.

La storia lo tramanda come un avvenimento, che oggi chiameremmo performativo, diviso in due parti: 1) Un’automobile che fungeva da carro trasportava la bara suprematista (disegnata da chi?) a forma di croce tridimensionale e al seguito un corteo funebre composto di artisti e gente del popolo. 2) La camera ardente dopo il corteo pubblico in una stanza semplice come un’aula di scuola con la bara leggermente angolata e tutt’intorno, sulle pareti, quadrati neri dipinti su tele di differenti dimensioni, la più piccola nell’angolo.
Il funerale sarebbe stato organizzato dai suoi seguaci… Chi erano i seguaci di Malevič?
Più che al funerale del pittore sembrerebbe assistere a quello della sua pittura, meglio di quel particolare movimento cui Malevič ha tanto contribuito chiamato Suprematismo.
La posizione di quel piccolo quadrato nero in un angolo della stanza, sembra confermare la tesi che l’arte Suprematista (e in particolare i quadrati neri o bianchi di Malevič) derivi dalla pratica ascetica della pittura d’icone, molti elementi lo comprovano. Per esempio l’assenza di prospettiva e la stesura piatta ottenuta con strati sovrapposti di colore. Chiunque abbia però visto dal vivo un quadro di Malevič di questo tipo, non può non notare che, a differenza delle icone russe, la sua pittura è al contrario molto elementare e realizzata su supporto (tela e telaio) poverissimo, qualsiasi icona invece fa già del supporto un elemento di ricercatezza tecnica e ricchezza di materiale destinato a durare nel tempo. I suoi quadri no, sono fragilissimi, sono come aliti neri o bianchi che sarà difficile conservare invariati. Icone contemporanee che ne genereranno altre, come nella tradizione stessa dell’icona, per filiazione scolastica, influenza di stile e ortodossia… I fiati di Manzoni, i neri fumo dell’arte povera, il bianco ossido americano o europeo… Ecco cosa lega la sua pittura all’icona, l’aver creato una scuola, un’accademia che si tramanda fino ad oggi dove le regole sono rispettate e ripetute come in ogni rito.
Allora, forse, quella mostra-happening-funerale non decreta la fine di una pittura, al contrario ne garantisce il diffondersi nel mondo scomparendo solo dalla Russia staliniana che aveva già mandato in prigione nel febbraio del 1933, due anni prima della morte di Malevič, il maggior teorico Russo dell’arte dell’icona, il filosofo, teologo, naturalista, storico dell’arte e musicologo Pavel Aleksandrovič Florenskij che sarà fucilato nel 1937.
Con la loro scomparsa cessa in modo definitivo ogni vero tentativo di mettere in atto una relazione fra arte e popolo. Relazione che crei un rapporto osmotico fra i due; un’arte specifica con un popolo ben definito. Se, infatti, è vero che la pittura Suprematista di Malevič parte da una riflessione sull’icona è allora necessario proiettare questa sua caratteristica su uno sfondo più ampio della pittura in senso stretto. Un rapporto in cui l’arte non si scolla dalla sua matrice popolare, dalla sua energia, per trarne una vitalità che al popolo torni sotto forma votiva, da porre sulle pareti di casa come un santo privato, un’occasione di preghiera, una fonte di sollievo, un vocabolario conosciuto e misterioso al contempo, astratto nella forma e nella firma.
Un altro fattore che mi porta a collegare quello che vedo in quella stanza con la cultura popolare, questa volta mediterranea, è la similitudine fra i quadri neri appesi ai muri e i teli bianchi stesi su quanto appartenuto al defunto nei riti funebri dell’Italia di un tempo. In modo particolare la copertura degli specchi…
Arte specchio del mondo? Non più dopo la morte (della persona o del tempo) bensì arte accecata che non restituisce immagine perché non ne riconosce più l’originale da riprodurre e neppure la sorgente mistica da cui farsi trasportare.
La disposizione dei quadrati neri nello spazio fanno pensare a una certa disseminazione ottocentesca degli oggetti nelle case, dove non c’è ancora un ordine modernista basato su punti di fuga centrali e prospettive autoritarie.
Ecco dove sta l’attualità di quel funerale e di quella camera ardente: L’arte non più (o non ancora, o in perenne attesa di esserlo) specchio del mondo, dimensione popolare e spazializzazione antigerarchica degli oggetti nell’ambiente. Forme di attualità non solo culturali e artistiche bensì antropologiche che condividono col nostro tempo una dimensione, una misura, infine una condizione umana che vive da allora e per sempre in noi, anche oggi.

Alfredo Pirri
15 nov 2012

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