GNAM9

Passi, 2011

Galleria nazionale d’Arte Moderna, 2011
Sala delle Cerimonie

… l’architettura è l’unica ragione della scultura. Lo spirito dell’architettura è la scultura, e costruzione della scultura è architettura …

Arturo Martini, Scultura lingua morta, 1945

L’accesso al museo è una soglia simbolica, una zona di trapasso auto-critico e insieme celebrativo. Attraversarla è una cerimonia che accentua la percezione di una dimensione spaziale e temporale irreale ma allo stesso tempo radicalmente e intimamente materiale. Con quest’opera vorrei dare allo spettatore l’impressione che, muovendosi nello spazio, ne possa modificare la visione compiendo una doppia azione contemporanea di demolizione e ricostruzione dell’immagine. La sua esperienza lo porta a pensare di essere egli stesso soggetto dell’opera e nello sperimentare l’azione del guardarsi capovolto e sentire quello spazio infinitesimale come una pelle che lo lega e separa dalla propria immagine, per condurlo a farne parte in maniera “naturale” allo stesso modo di come si fa parte del mondo. Lo stare dentro l’opera allontana dall’idea che l’arte si proponga a noi come specchio del mondo poiché, al contrario, quella minuscola, pellicolare, porzione di spazio che divide il proprio piede dal proprio doppio è sufficiente a produrre uno slittamento percettivo che proietta lo spettatore al centro di un racconto, una narrazione spezzata che annulla ogni partecipazione consolatoria. Un racconto che celebra la bellezza (insieme alla sua caducità), la gloria (insieme al suo fallimento), il desiderio (insieme alla sua perdita). L’esperienza di questa narrazione, l’insieme di questi sentimenti e modi di conoscere, le immagini che ne scaturiscono, rendono il passo dello spettatore incerto e simile a quello di chi si trova su un ghiacciaio in liquefazione dove per via dei mutamenti rapidi di temperatura si aprono crepe che ne assottigliano lo spessore permettendo all’acqua sottostante di lambire i piedi facendoci sentire parte di un processo di mutamento e in bilico su di esso. Spettatrici privilegiate e immobili sono le sculture ottocentesche private dei loro basamenti e restituite alla loro dimensione reale, umana, come angeli caduti e responsabili (insieme agli spettatori) della rottura del cielo sotto di noi. L’opera, quindi, non è più specchio prospettico dei nostri sogni, ma luogo di pietra disegnato per accogliere le nostre debolezze dentro una luce differente da quella che ci siamo lasciati alle spalle entrando nel museo. All’esterno luce terrestre e vitale, all’interno luce del trapasso verso un luogo dove la distinzione tra vita e non vita perde il suo senso abituale. In questo percorso la maschera funebre dello scultore Antonio Canova, racchiusa in una teca che la serra al suolo come un dado sul metallo, evoca un corpo espanso, frammentato e sparso ovunque nelle molte sale del museo, ma qui raccontato solo da un volto di gesso. E’ un viso piccolo e umano, che starebbe nella cavità di due mani raccolte a coppa come per raccogliere l’acqua fresca che sgorga da una fonte. Un volto di gesso attorniato da sculture
femminili, infantili e letterarie dallo sguardo chino, che si riguardano nello stagno ghiacciato della loro rappresentazione ritrovando in essa nuova vita in una luce che le accomuna con la vita reale degli spettatori.

Alfredo Pirri

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