PASSI A ABBAZIA DELLA NOVALESA

Abbazia della Novalesa
Novalesa (Torino), 2003

Mussat sartor  copy

L’erranza di Nicholaus 

Non è più la stessa ombra oggi, quella in cui Nicholaus avanza  tuttavia per compito perenne tra le bifore, un grado appena sotto la sfera del Pantocrator, e apre la  figura e il manto nel gesto  d’insegnamento e mostra la Dottrina, la concentrata totalità del Senso che porta fra le mani in figura di volume, appena prima che la parete s’incurvi nella cupola, che la  stessa Teoria s’incurvi su Nicholaus stabile nella vertigine; non è più la stessa ombra che con fiducia secolare le aperture della pietra hanno regolato sui gradi del giorno e della notte  per rendere visibile o invisibile Nicholaus “secondo Natura”.   Il riverbero di colore che ora attenta a quell’ombra e si esprime direttamente come parola dell’altare sull’Immaginario, una volta manifestato è contagio irreversibile: l’ombra    –dice l’Artificiale- è storica.     Penetrato nel recinto sacro, il Serpente trionfa:   del frutto dell’albero della conoscenza  è stato fatto pasto  e ora l’Ironia grava sul Paradiso intero:perduto Nicholaus nella persa Natura.
“Metamorfosi” è ora parola del Serpente: tutto il mondo fa perno sull’icona instabile.
Il tranello demonico combacia con l’altare: ogni atto di passione-dice sulla superficie del Sacro la pura tavola di colore che svapora in alone calcolato-è vocazione tautologica, trova specchio nel Codice; qualunque senso, per l’Astrazione desacralizzata, è abbigliamento momentaneo; se la sua aura è riproducibile, la Legge è doppia.
Sotto lo sguardo del Serpente, il mondo dei Nomi Primi si divide: la Verità-nell’ottica mondana-è relativa.  Ma la coscienza ironica vuole tutto lo spazio: ecco l’uovo cosmico scisso per sempre e celeste e terrestre in iato inarrestabile: la Totalità va in miraggio,in abisso, in labirinto.
Così, spinto dagli atti del riverbero, scivola Nicholaus in altra scena e il nuovo timbro che lo veste  è nuovo viaggio e nuova circostanza. Ma spinto dai riflessi del fondo catastrofico in cui procede la Storia frantumando se stessa e il Desiderio, e in cui si specchia, capovolta, la Creazione, ecco perdersi Nicholaus sino all’infinitesima parte di se stesso, sino all’estrema sillaba del colore, ecco nome e Dottrina ritradotti in segmenti scintillanti, in fulgori remoti, in nonsensi, per stanze inconoscibili. Se la relatività è legge, non c’è uscita da questo labirinto: ogni passo è deflagrazione  nello specchio, ogni moto modifica la Forma, riapre versi all’interpretazione. Infinito il fenomeno, disgregata l’icona.   Più, come respiri storici, ci avviciniamo desideranti a Nicholaus,   più lo perdiamo, esso vanifica nel fondo, noi roviniamo in frammenti dietro a lui.
Lo specchio infranto base dello spazio è frutto, qui, dell’albero del disincanto:  mosaico paradossale, infinita scomposizione della Totalità, principio distruttivo: la dispersione casuale  dell’Immagine diventa il fondamento del cammino vivente, nuova morbosa cosmogonia.
Perciò a scena aperta,in questo dramma storico/architettonico, fra gli atti del riverbero, dei riflessi e dell’ombra che avvolgono e travolgono spazio e figurazione, la maggior luce schiara, sul fronte anteriore dell’altare, isolata, la figura angelica come pura sigla del rito. Perché proprio l’unicità è l’enigma centrale, la zona del sacrificio: in piena luce la Vittima(l’Icona) risplende definita.

Luciana Rogozinski

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