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Passi, Palazzo Ducale, 2011

Testo di Valentina Valentini per Passi, Palazzo Ducale di Martinafranca, 2011

Il diavolo dietro lo specchio

Il tema di questa breve riflessione riguarda il dispositivo dello specchio: il riflesso, il doppio è figura che evoca miti letterari, categorie psicoanalitiche, credenze folcloriche. Quali dimensioni concettuali, estetiche, percettive rimette in gioco questo semplice dispositivo che Alfredo Pirri ha installato in alcune stanze del palazzo ducale di Martina Franca dove ha ricoperto il pavimento con uno strato di specchio che il visitatore è chiamato a attraversare, solcare, calpestare, percorrendo un tragitto?
Questo originario dispositivo, nella sua semplicità, ha il potere di rimettere in circolo una stratificazione di concetti legati alle pratiche artistiche del secondo Novecento: il darsi dell’opera come processo; il prodursi di un feedback fra opera e spettatore, la dimensione autoriflessiva, la risonanza mitica. E lo fa con disinvolta nonchalance, appellandosi all’esperienza naturale per un visitatore di calpestare un pavimento (di specchio).

1. Nella nostra esperienza quotidiana ci troviamo abitualmente davanti a uno specchio, per cui il riflesso è frontale e raddoppia la persona in un’immagine in scala reale: lo specchio restituisce la frontalità. Collocare, invece, uno specchio sul pavimento, laddove poggiamo i piedi, produce una percezione di riflessione capovolta, per cui l’alto del soffitto si riflette nel basso del pavimento, rovesciandone i rapporti: ciò che sta in alto precipita in basso. Il cielo diventa non la terra, non il suolo, ma un sottosuolo che sprofonda e crea una voragine, un abisso, un gorgo in cui il visitatore è risucchiato e rischia di annegare.
Il visitatore che percorre il tragitto disegnato dal pavimento di specchi ricrea il rapporto io-mondo, entrambi rovesciati, in un feedback in cui l’immagine di sé – che scopre camminando – a differenza di quanto accade nelle videoperformance di body art (dove il guardarsi guardare sul monitor innesca il meccanismo dello sdoppiamento e fa emergere la figura del performer che agisce e si guarda agire), è perturbante (unheimlich), produce disagio [1].

2. La riflessione crea uno spazio fluido, acquatico, smaterializza l’ambiente, sottrae la compostezza della geometria euclidea con alto e un basso, dentro e fuori, perimetri e circonferenze, creando una quarta dimensione che attrae e spaventa (come andare sott’acqua) perché la vettorialità dello spazio e la scansione del tempo si perdono.
Lo spazio simulacrale che il riflesso del soffitto produce, squarciando il pavimento e scavando un volume che sprofonda in un ambiente simulato, attira il visitatore come una forza di gravità verso un altrove perfettamente identico all’ambiente fisico e reale delle stanze del palazzo ducale. Accade che il visitatore apprende lo spazio che attraversa, conosce le stanze del palazzo con le sue decorazioni, le scene allegoriche e villarecce, non grazie alla loro evidenza geometrica e solida, ma attraverso il loro rovesciarsi in abisso, il loro sprofondare.

3. Conoscere, apprendere, contemplare i dipinti che affrescano le stanze attraverso il riflesso che le rovescia non provoca effetti di illusionismo ottico, di cui i pittori barocchi erano esperti, anzi favorisce la visione, avvicina il lontano, amplifica un dettaglio, illumina ciò che stava in ombra. In effetti, il dispositivo specchiante offre la fruizione dell’ambiente circostante in “alta definizione”, in quanto è in funzione dell’ambiente, non vi si sovrappone, non aggiunge particolari, oggetti, elementi plastico-scultorei invadendo lo spazio, ma amplifica l’esistente, lo trasforma evidenziandolo, mettendolo in luce, creando prospettive perturbanti.
Specchiarsi, quindi, per guardare in profondità, per conoscere i dettagli.

4. L’azione del processo di frantumazione dello specchio sotto i passi dei visitatori spezza la visione unitaria che il riflesso dà del luogo. In questo caso, l’azione determinata dal tempo di esposizione dell’opera al peso corporeo dei visitatori che calpestano il pavimento, riducendolo a pezzi, è materializzata dall’effetto che i passi producono sul pavimento specchiante, polverizzandolo. Un’opera in trasformazione, in divenire: che non permane identica. All’inizio lo specchio non si presenta integro, ma con le superfici disegnate con tratti grafici, come una matita e, nel corso del tempo, i segni della frantumazione della materia diventano più rilevanti. Così, la capacità della superficie specchiante di far vedere meglio l’ambiente circostante rischia di polverizzarsi nelle schegge. Come se il calpestare rendesse fisico e tangibile l’effetto del tempo che passa sulle cose materiali. Il che significa che il dispositivo specchiante funziona come un dispositivo vitalizzante l’ambiente (la sua resa in alta definizione, il suo far vedere, ribaltare, oltre la geometria euclidea) e proprio per questo è un dispositivo che segna il suo invecchiamento e la sua morte, essendo opera in divenire, vivente.
Ci sembra stranamente appropriato quanto scrive Carlo Serra in un contesto in cui si interroga sulla temporalità musicale in rapporto a eventi naturali come il canto degli uccelli: “Nel tuffo perfetto, in quel sapiente assecondare la forza della gravità per sapersi lasciare inghiottire dalla profondità delle acque, che sottintende una pratica continua, viene in primo piano la capacità di accettare la risonanza di ciò che è andato spezzandosi, il vivo sull’orizzonte della morte: quel momento si fa gesto, che racconta la propria storia, che nasce sempre come ascolto appassionato del mondo della vita.” [2]

5. Calpestare uno specchio, essere autorizzati a farlo, è di per sé un’azione trasgressiva, normalmente vietata perché provoca la rottura dello specchio stesso (e se si rompe è di cattivo presagio). In Passi invece il visitatore è chiamato a calpestare, è autorizzato a rompere le lastre (cosa che gli adulti visitatori eseguono con cautela). L’azione dei passi che frantumano lo specchio produce un suono irregolare, fatto ti tonfi improvvisi (ovvero di accenti acuti e di subitanei precipitare e spegnersi del suono, ma anche di scricchiolii continui). L’orchestrazione varia a seconda del numero dei visitatori calpestanti, il ritmo del loro passo, la condizione della superficie: questa sonorizzazione dell’ambiente è un altro elemento che attribuisce a Passi qualità di cosa viva. Combinandosi, queste due azioni, calpestare e rompere i vetri con quella di incontrare la propria immagine riflessa, rendono l’esperienza dell’opera diabolica. Separazione (come da etimologia), disintegrazione dell’unità del corpo in doppio, immagine riflessa. Ecco perché lo specchio, secondo alcune credenze, va coperto: perché dietro di esso si nasconde il diavolo.

Valentina Valentini

Note
[1] Per Freud. “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”. La parola tedesca Unheimlich ha la sua radice antitetica in heimlich, da Heim, casa. Insomma il Perturbante, ciò che porta angoscia è un non-familiare, qualcosa che assomiglia al nostro ambiente domestico ma che in realtà cela in sé un che di enigmatico. Sigmund Freud, Il perturbante in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, vol. 1,Boringhieri, Milano, p.270
[2] Carlo Serra, La rappresentazione fra paesaggio sonoro e spazio musicale”, Cuem, Milano 2005 p. 68

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