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Quando l’arte inventa un pezzo di città

Intervista di Teresa Macrì pubblicata in “Il manifesto”, 31 luglio 2011, Roma

“Piazza” è il site-specific che Alfredo Pirri ha appena inaugurato al nuovo Museo Archeologico della Magna Grecia di Reggio Calabria. Ideata appositamente per la nuova corte interna del nuovo Museo l’opera, sofisticatamente discreta, si innesta perfettamente con la struttura di Palazzo Piacentini e si «scioglie» ineccepibilmente con le nuove soluzioni di restauro, ampliamento e allestimento museali realizzati dallo Studio ABDR(Arlotti, Baccu, Desideri, Raimondi) iniziate nel 2009 e (con un tempo da record rispetto alle lungaggini dei cantieri italiani) in prossimità di apertura (settembre 2011). L’ambizioso progetto, il più vasto e prestigioso finora attuato nel Sud d’Italia, si è potuto realizzare fluidamente grazie alla forte collaborazione tra Studio architettonico, artista, territorio e la direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Calabria, nella persona del direttore arch. Francesco Prosperetti. Il progetto è inserito nel programma per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

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Partiamo dal titolo dell’opera permanente che hai realizzato per il Museo, «Piazza», quali ispirazioni e significati esplica tale titolo?

Nell titolo dell’opera è racchiusa la finalità del lavoro che ho appena completato al Nuovo Museo Archeologico di Reggio Calabria. Lo spirito che ho voluto sottolineare, attraverso questo titolo attiene al senso di un’operazione fondativa e civile nel senso ampio della parola. Con quest’opera (che dialoga strettamente con l’architettura dell’edificio e con lo spazio urbano al suo esterno) si è realizzata una nuova Piazza, un pezzo di città che prima non c’era. Un luogo aperto a tutti, molto più, quindi, del cortile interno di un palazzo al servizio delle attività conservative come prima era. Attraverso l’architettura e l’arte si è regalato alla collettività una spazialità, una luminosità e quindi un respiro prima inesistente. Questo luogo nuovo, è una piazza e un palcoscenico dentro cui muoversi, stare, guardare e talvolta assistere al miracolo di tre tende che si alzano come un sipario per mostrare i protagonisti di questa «messa in scena» tre dei gioielli custoditi nelle stanze del museo: le due sculture denominate affettuosamente Bronzi di Riace e la Testa del filosofo.

Il site-specific Piazza come si colloca all’interno dell’architettura originaria piacentiniana e dei nuovi interventi di restauro e ampliamento realizzati dallo studio (ABDR)?

Fin dall’inizio non ho immaginato il mio lavoro come qualcosa da sovrapporre all’architettura, bensì ho cercato un dialogo con essa che si spingesse fino a un’integrazione ai limiti della mimesi, nella direzione più radicale e autentica del termine, cioè qualcosa che si manifesta in «continuità», ovvero che vive in armonia col soggetto con cui si confronta. Un’armonia scambievole, in cui il soggetto (l’opera) e il suo contesto (l’architettura) si combinano senza gerarchie. Vorrei sottolineare come un dialogo tanto intimo fra arte e architettura sia stato qui possibile in virtù di un’architettura (quella del gruppo ABDR) che non vuole imitare l’arte e di un’arte (la mia opera) che non recita la parte destinata all’architettura bensì la guarda come l’allegoria di un mondo ampio e perfetto restituendocene il sogno. La mia opera è nata dall’esigenza di pensare un’opera monumentale che allo stesso tempo non spicchi in modo esagerato dal contesto, non se ne allontani del tutto facendone uno sfondo sul quale stagliare nettamente una figura «artistica», ma invece si affidi fiduciosa allo sfondo allontanandosene lievemente quasi accarezzandolo e creando, con questo distacco, in questo respiro, un piccolo e delicato disequilibrio

A quali aperture può spingere in fondo un’ opera d’arte contemporanea come la tua in un museo nazionale di archeologia in Italia?

L’opera, come dicevo prima, si confonde con lo spazio che la ospita facendosene parte costitutiva, quasi ne fosse una sottolineatura, come si fa con un pennarello per evidenziare e marcare quello che ci colpisce di più in un’immagine o nella frase di un libro. La successione delle forme esposte nello spazio, ci ricorda, infatti, brani spezzati di frasi, lettere d’alfabeto, racconti interrotti o intenzioni di racconto. In tal senso col mio lavoro vorrei rifare quello che tanti lettori fanno quotidianamente di fronte alle pagine di un libro; un grande romanzo, un trattato botanico, un libro sacro etc: leggere, imparare, interpretare e tradurre in forma nuova anche un solo particolare, una sola parola, una singola punteggiatura. Mi sono posto di fronte alle pareti di Piacentini/ABDR come di fronte alle pagine di un libro; un libro classico che ci racconta una storia altrettanto classica. Con Piazza, ho cercato quindi di riassumere in una forma unica tre spazialità, caratteri e capitoli, tre motivi che stanno alla base dell’idea stessa di museo: La Piazza, Il Teatro, Il Libro. In fondo cos’è un museo di archeologia se non un luogo dove si ospitano parti di un intero che non c’è più, raccolti con cura, ripuliti e ordinati con regola in modo che si riesca a percepire l’unità del tempo nascosto dentro il disordine della storia?

Parlami dell’esperienza di lavoro con le maestranze architettoniche, lo staff, le istituzioni, il territorio.

La realizzazione dell’opera è stata caratterizzata da un lungo processo d’integrazione reso possibile dalla collaborazione con un’associazione di mediazione culturale di Reggio Calabria chiamata Eventoarea. Questo processo, prevedeva alcuni workshop rivolti alle maestranze, alla città, agli alunni delle scuole inferiori etc.. con la presenza di numerosi musicisti che hanno suonato dal vivo integrandosi o reagendo isolandosi ai rumori del cantiere e la realizzazione di un lungo filmato a cura di due giovani artisti siciliani ( Andrea Coppola e Maria Helene Bertino). Grazie a quest’iniziativa la «piazza» ha cominciato a essere tale durante la sua stessa realizzazione e tutte le maestranze hanno avuto modo di partecipare a questa crescita in maniera attiva e consapevole mettendo a disposizione il meglio delle loro conoscenze tecniche. Anche le istituzioni (direzione del museo, direzione regionale dei beni culturali, sovrintendenze) hanno partecipato alla vitalità di un cantiere che si è caratterizzato per la sua umanizzazione dove le questioni «tecniche» si sono fuse con quelle «poetiche» in una tensione continuamente rinnovata.

L’esperienza di Reggio Calabria, città non facile socio-culturalmente, conferma che i vecchi stereotipi possono essere abbattuti da nuove e differenti energie/sinergie creative …

Io penso che non si possano (e non si debbano) fare differenze fra città, tutte hanno le stesse difficoltà o gli stessi privilegi e pensare che una città del sud sia meno predisposta di altre ad accogliere le innovazioni è appunto uno stereotipo. A Reggio Calabria si sta portando a conclusione la realizzazione di uno dei più straordinari edifici museali d’Europa. Un edificio allo stesso tempo modernissimo e antico che conterrà una collezione bellissima. Le energie creatrici messe in campo da tutti: progettisti, istituzioni, impresa e al termine io col mio lavoro, sono tali da risultare sconvolgenti e radicali in ogni ambiente o zona geografica. Anzi, si dovrebbe dire che quest’esperienza, in una città considerata ai margini della cultura nazionale, si potrebbe additare come esempio positivo da prendere a modello per altre imprese simili che mi auguro si possano sviluppare nel resto d’Italia.

Testo di Gabriele Simongini pubblicato in “Il Tempo”, 28 luglio 2013

Bronzi di Riace verso casa, Pirri conclude la piazza e il museo svela i suoi tesori

Dal 2009, in attesa dei lavori di ristrutturazione del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, i due Bronzi di Riace giacciono distesi nella sede del Consiglio regionale della Calabria, in Palazzo Campanella. Rinvii e lungaggini burocratiche hanno scatenato un’ondata di polemiche. E proprio in questi giorni il Ministero per i Beni culturali ha garantito un’accelerazione della fine della ristrutturazione annunciando per agosto un’apertura simbolica del Museo con l’esposizione dei beni artistici confiscati all’economia illegale e per il 31 gennaio del 2014 l’apertura parziale della sala dei Bronzi con il contestuale rientro dei due Guerrieri. A fine aprile dell’anno prossimo si dovrebbe tenere l’inaugurazione del Museo nella sua totalità. Intanto, una delle parti più emblematiche del futuro Museo della Magna Grecia è pronta, la “Piazza” progettata da un artista di grande caratura come Alfredo Pirri. “A Reggio Calabria si sta portando a compimento – dice Pirri – uno dei più straordinari edifici museali d’Europa. Ci vuole ancora un po’ di pazienza ma il risultato sarà esemplare”. La “Piazza” è un’opera site-specific che sarà al tempo stesso spazio di accoglienza, di ritrovo, di dialogo per tutta la città, una piazza italiana dal sapore metafisico che sarà anche un “teatro” sul cui palcoscenico saliranno stabilmente tre grandi attori, visibili attraverso tre aperture a finestra: i Bronzi di Riace e la “Testa del filosofo”. “Ho cercato di dare vita – racconta l’artista calabrese di nascita e romano d’adozione – ad un’operazione civile nel senso più ampio della parola. Ecco una Piazza, un luogo pubblico, un pezzo di città che prima non c’era, aperto a tutti, dove si potrà arrivare direttamente dalla strada e sostare. E’ anche un palcoscenico dentro cui muoversi, stare, guardare e talvolta assistere al miracolo di tre tende che si aprono come un sipario per lasciare vedere i tre gioielli custoditi nelle sale del museo”. Pirri ha ideato un’opera mimetica, camaleontica, che realizza una sorta di maieutica dello spazio architettonico, evidenziando alcune linee e strutture forti dell’edificio progettato da Piacentini e ristrutturato dallo studio ABDR. “Si è realizzata – spiega l’artista – un’armonia scambievole, in cui il soggetto (l’opera) e il suo contesto (l’architettura) si combinano e confrontano senza gerarchie. Ne viene fuori un abbecedario modernista. La Piazza è composta con elementi prelevati dal disegno delle facciate architettoniche e sovrapposti sulle stesse in modo da realizzare una partitura di frammenti che dichiarano la loro provenienza dallo spazio costruito. Questi elementi disegnano delle quinte teatrali leggermente aggettanti rispetto alle pareti reali. Le quinte sporgono grazie ad un telaio inclinato di 45° e dipinto di rosso in modo che il colore si riverberi sulle pareti retrostanti con una luce-ombra colorata. E’ una superficie frammentata e in parte ricomposta, un po’ fantasmatica, un po’ strutturale”. La luce penetra dall’alto attraverso una grande vetrata su cui sarà possibile camminare, guardando al tempo stesso interno ed esterno, in un continuo dialogo visivo fra arte, architettura e natura (il mare e il cielo). “L’opera – dice ancora Pirri – si confonde con lo spazio che la ospita e ne diventa parte costitutiva, quasi ne fosse una sottolineatura, come si fa con un pennarello per evidenziare quello che ci colpisce di più in un’immagine o nella frase di un libro. Ho cercato quindi di riassumere in una forma unica tre motivi che stanno alla base dell’idea stessa di museo: La Piazza, Il Teatro, Il Libro”. Solo, in un angolo della Piazza, c’è un elemento verticale, composito, tramato di riflessi rossi, che è un po’ la matrice, il prototipo dell’opera di Pirri ma che nell’altezza e nella posizione solitaria sembra essere una proiezione ideale dell’artista stesso. C’è l’artista ma col suo intervento misurato e discreto tende a sparire. “Sì – dice Pirri con un sorriso enigmatico – se il corpo dell’artista si trasferisce nel corpo dell’opera allora l’artista sparisce”. E dal 31 gennaio, se il Ministero mantiene gli impegni, ricompariranno i Bronzi di Riace.

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