Testo di Anna Maria Nassisi per la mostra Beyond, Alfredo Pirri e Miroslaw Balka
Bunkier Sztucki, Contemporary Art Gallery, Cracovia, 2007

Ecco l’occhio del tempo
scruta torvo
da sopracciglio di sette colori
Fuochi lavano la sua palpebra,
la sua lacrima è vapore.
La cieca stella si avventa a volo
e fonde a quel più scottante ciglio;
si fa caldo il mondo,
i morti
gemmano e fioriscono.

Paul Celan, Occhio del tempo

Beyond – Oltre

L’arte è sempre ricerca della durata, ricerca di un ordine costruttivo de linguaggio capace di esaltare la creatività dell’individuo contro la morte e la omologazione di massa. Nella cultura di questo secolo è possibiledunque rintracciare un senso „assoluto” dell’arte che esalta il valore dellalibertà creativa. Tale valore coniuga la creazione artistica alla ricerca di una spiritualità che diviene affermazione necessaria contro la caducità del’effimero. Se l’artista, nella sfida creativa, affida la propria speranza alla forza della propria opera, è evidente che il suo operare risulti alla fine essere una sorta di atto meditativo. Tale esercizio richiede fiducia nell’umano, il superamento di ogni barbarie, il recupero della capacità contemplativa del sociale verso l’opera d’arte. L’oggetto artistico, complesso intreccio di forma e contenuto, è il solo in grado di ridefinire il proprio linguaggio in uno spazio ricco di storia e quindi di memoria e nel suo rapporto di dipendenza-indipendenza con la vita. Il progetto Beyond dal quale è nato l’evento che qui presento, ha messo a confronto due artisti contemporanei, Miroslaw Balka e Alfredo Pirri ai quali ho chiesto un contributo, sul tema del lato oscuro del Moderno.. Entrambi hanno risposto, positivamente, consapevoli entrambi del valore di tale contributo rispetto a problematiche e riflessioni che riguardano tanto l’arte contemporanea quanto il nostro tempo e il senso della vita. Il percoso della mostra dei due artisti rende visibile, per il tramite del linguaggio dell’arte, l’importanza oggi di „pensare Auschwitz „ non in quanto evento del passato, bensì memoria vivente che attraversa le nostre coscienze contemporanee per divenire fondamento di una nuova eticità.

 La Parabola del Moderno

Il Doppio dà forma alla strutturazione epistemologica del Moderno. Esso diviene specularità ossessiva che segna una parabola del teorico, terreno del tutto possibile. Follia e sogno sono a un tempo tracce dell’estrema soggettività e di una ironica oggettività; non esiste contraddizione. La poesia del cuore, la solitudine finale, esasperata dal suo lirismo, si immerge nelle ombre della caverna di Platone, archetipi, esse, di una duplicità, di una doppiezza infinita. Come gettato nella sua notte, l’uomo si ricollega, oltre la memoria, ai vecchi mondi degli incantamenti, delle cavalcate fantastiche, delle streghe appollaiate sui rami degli alberi morti. Goya riscopre le grandi immagini dimenticate della follia. Il mostro che soffia i suoi segreti nell’orecchio del monaco nella „casa del Sordo” non è forse parente dello gnomo che affascina il S. Antonio di Bosch? Nel momento in cui i moderni vincono la loro battaglia sugli antichi l’ottimismo diviene la consapevole acquisizione della valenza straordinaria della trasformazione scientifica e tecnologica, che cambia i linguaggi stessi dell’arte. L’opera di W.Benjamin del 1926 segnala, con una acutezza irripetibile, l’avvento della riproducibilità tecnica nell’arte riproducibilità che modifica il rapporto delle masse moderne con l’arte Le avanguardie di fine ‘800 affidano al futurismo l’espressione di tale trionfo. Il „moderno” celebra i fasti del progresso industriale e le grandi esposizioni e fiere incoraggiano la ricerca di qualità estetica nel prodotto industriale. Costruttivismo e Bauhaus danno vita a un nuovo linguaggio e a nuovo metodo di lavoro, elastico, induttivo, capace di definire una nuova qualità della forma, la cui geometrizzazione diviene base di una creatività progettuale e quindi funzionale. Per questa via l’artista raggiunge il suo scopo essenziale, che è quello di determinare il piacere estetico attraverso l’impiego di „forme”, funzionali all’individuo.Nello stesso momento si insinua nelle coscienze, e quindi nella cultura, l’idea di una modernità che comincia a mostrare al suo interno tratti di doppiezza e di ambiguità. Freud conferisce statuto scientifico all’”inconscio umano” e la modernità, diviene „il transitorio, il fuggitivo, il contingente per una parte, per un’altra è l’eterno e l’immutabile” (Baudelaire). L’illuminismo, che è la radice prolifica dalla quale è nato il moderno, finisce nell’ombra dell’ipnosi collettiva di Mesmer, delle magie di Cagliostro, del regno degli indovini. La dea ragione trascina nel suo corteo gli incubi che per lungo tempo hanno sonnecchiato nelle tenebre, geni torturatori che una luce troppo viva sembra avere ridestato. Mefistofele si incammina verso Goethe dal fondo del medioevo. Da tutte le incrinature di un mondo troppo povero di sogni, il soprannaturale riemerge. Lo spirito visionario di W. Blake discende nel cuore delle tenebre per ricondurre alla superficie un corteo di angeli e di demoni, luminose apparizioni androgine, mostruosità che svelano la doppiezza dell’esistere individuale e collettivo in seno alla modernità. In Bosch o in Brueghel queste forme nascevano dal mondo stesso: attraverso le fessure di una strana poesia; esse salivano dalle pietre, dalle piante, sorgevano da uno sbadiglio animale: la complicità della natura concorreva a formare la loro ronda. Le forme di Goya nascono dal nulla: esse sono senza fondo, sia perché si distaccano dalla più monotona delle notti, sia perché nulla può definire la loro origine, il loro termine e la loro natura. Quale albero sostiene il ramo su cui stridono le streghe? Vola? e verso quale sabba e qual radura? In tutto ciò non c’è nulla che parli di un mondo, né di questo né di un altro. Tali forme divengono profezia di quel „sonno della ragione”, che Baudelaire legge come doppio volto del moderno. Dal bifronte e kantiano percorso del moderno nel XX secolo emerge nel pensiero filosofico, storico, artistico il volto oscuro di una modernità che si misura con l’orrore e il terrore, con la morte. La storia inghiottisce il
tempo con le fiamme di un inferno in cui fiorisce soltanto la morte „ Ecco l’occhio del tempo scruta torvo da sovracciglio di sette colori. Fuochi lavanola sua palpebra, la sua lacrima è vapore. La cieca stella vi si avventa a volo e fonde a quel più scottato ciglio : si fa caldo il mondo, morti gemmano e fioriscono” Così in Occhio del tempo P. Celan vive la sua drammatica esperienza e l’immensa ferita di una storia, di una memoria e di un lutto collettivo che che si è consumato a Dacau, Buchenwald, Auschwitz
…Beyond…. Oltre un avverbio e una metafora evocativa di un luogo: Beyond luogo dove l’avventura tragica dell’umanità incontra quella dell’uomo, della „fine dell’uomo”e tenta di passare al di là dell’uomo stesso e dell’umanesimo e rimuove, così, nello stesso momento, le basi di ciò che l’illuminismo aveva generato. Una cultura di morte, una cultura fatta di tenebra diviene espressione di un tipo particolare di modernità, una crisi che sottolinea il frammentario, il decomposto e al tempo stesso una condizione di „incredulità” di fronte a una vicenda che ha indelebilmente segnato la storia presente le nostre coscienze e la vita collettiva.
Se la modernità si nutre di un consapevole ottimismo :il sapere scientifico è un sapere diacronico/sincronico, vale a dire memoria, progetto.e trasformazione. Nel suo lato oscuro reso visibile dal nazismo e dal fascismo, la modernità implica una perdita di senso, una rottura, l’affermarsi di un sapere sincronico, sicché „la validità” degli enunciati scientifici e narrativi non è sottoponibile „all’argomentazione e alla prova. La connessione causale dei fenomeni viene sostituita dalla fede nell’instabilità, nella casualità del sapere scientifico. L’Enciclopedia dell’epoca dei lumi è sostituita dalla banca dati, la natura un terreno di gioco a informazione incompleta.
E’ questo un altro nodo centrale : Il campo è lo spazio che si apre quando lo stato di eccezione comincia a diventare la regola. Lo sterminio sistematico di tutti coloro che avrebbero potuto nuocere alla purezza della razza ariana,l’eliminazione sistematica di ebrei,e poi omossessuali e zingari diviene possibilità e regola grazie a un sapiente uso di un sistema di schedature computerizzate.L’IBM, infatti, collabora con il regime alla identificazione veloce ed efficiente degli ebrei, differenziando al loro interno gli ebrei dell’Est e dell’occidente e includendo via via tutte le altre categorie da sopprimere.. Una macchina mortale che ricorda uno racconto di Franz Kafka straordinario scrittore visionario. „ Gli uomini -e-giudei, la nuvolaglia di popolo, anima di fumo Non vedevano, no, essi discutevano di parole. Non vi fu risveglio, il sonno venne su di loro…Cenere, Cenere, Notte,Notte. e.Notte” La immane tragedia tratteggiata da P.Celan è il risultato di un progetto scientifico. Il nazismo non fu solo l’Irrazionale, bensì è il trionfo di un sapere che privilegia la morte, un sapere consapevole di essere immerso nella notte della ragione, ma pur sempre nell’ambito del moderno.
Da qui la frattura tra significati e significanti, una rivoluzione profonda della percezione e della rappresentazione. L’indagine storica si costituisce così in una teoria interpretata come un sistema in cui sincronia e diacronia non interagiscono più, e perdono, quindi, il loro essere essi portanti della conoscenza. In questa notte l’uomo comunica con ciò che vi è di più profondo in lui e di più solitario. Il deserto di S. Antonio di Bosch era infinitamente più popolato, il paesaggio di Margot la Pazza era solcato da un linguaggio umano, anche se nato dalla sua immaginazione. A partire da questo istante i volti stessi si decompongono: non è più la follia dei Capricci, che creava maschere più vere della verità dei volti; è una follia sotto la maschere, una follia che morde i volti, rode i tratti del viso; non ci sono più né occhi né bocche, ma sguardi che vengono dal nulla e si fissano sul nulla, gradi che escono da buchi neri. La „follia” è diventata la possibilità di abolire l’uomo e il mondo. Ben al di sotto del sogno, ben al di sotto dell’incubo e della bestialità, la follia è diventata l’ultimo scampo: la fine e l’inizio di tutto. La non-ragione continua a vegliare nella sua notte, ma in questa veglia prende contatto con nuovi poteri. Il suo non-essere diventa potenza annientatrice. Non è più il „folle” shakespeariano, che col gioco della sua follia disvela il mondo e permette un acuto senso di conoscenza. Dopo Sade e Goya „ il sonno della ragione che produce mostri” diviene tratto permanente della modernità e il mondo doppiezza non disvelata. È necessario andare dietro lo specchio di Alice per scoprire la doppiezza del moderno che caratterizza ancora oggi la vita contemporanea. La dispersione della soggettività creativa interagisce e in qualche modo rispecchia la dispersione soggettiva dei modi di lavorare e vivere. Segmentazione territoriale del mercato, dimensione mondiale della ristrutturazione, cambiamento negli stili di vita si connettono a una altrettanto imponente trasformazione della cultura, a tutti gli standards di etica e di significato, Oggi in una fase di acuta crisi del pensiero occidentale, il cosiddetto pensiero „postmoderno”, l’arte e l’artista contemporaneo sono chiamati al compito e allo stesso tempo alla responsabilità di riannodare misura e dismisura, techne e immaginazione, su un terreno che, spingendosi consapevolmente più avanti, possa penetrare in smagliature non previste dalle antiche regole delle geometrie euclidee, e restitutisca energie di scambio e vitale tensione che proietti in avanti visioni future. Solo se abbiamo piena consapevolezza che da contemporanei ci muoviamo ancora sul terreno del moderno, saremo in grado di cogliere anche la sua ambiguità. Ambiguità che si rivela da una lato attraverso il permanere, nel pensiero postmoderno, della l’idea di morte: morte dell’arte, morte di un sapere diacronico-scientifico, morte dell’uomo, morte della storia, dall’altro prende consistenza una nuova epistemologia della storia che porta a riguardare gli eventi che il nazismo ha prodotto in Europa, come un evento dal quale partire per dare nuova energia a un pensiero Occidentale oggi agonizzante. C’è quasi una cesura nel ‘900: il 1933. Questa data ricorre come una costante nelle biografie dei grandi intellettuali tedeschi prima e europei poi che fuggono all’avvento di un potere sanguinario in parte in Inghilterra e quasi tutti negli US. I93333333 …L’elenco sarebbe interminabile, sembra di vedere tra tutti il mesto sorriso di Thomas Mann di fronte a Gropius ad Harvard e poi in California di fronte ad Adorno, Schomberg, il fratello Heinrich… E’ questa data che svela il volto oscuro del moderno.
L’Europa perde irrimediabilmente le straordinarie personalità intellettuali che hanno segnato la trasformazione radicale dei linguaggi dell’arte, della filosofia, della scienza, della psicanalisi nella prima metà del secolo XX.
Con questa lente si può guardare oggi alla Schoah.
Noi siamo oggi nella posizione di chi ripensa a un passato recente con le parole di W.Bernjamin :in Angelus Novus „C’è un quadro di P. Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati e la bocca aperta, le ali distese : ha il viso rivolto al passato.. .Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto… ma una tempesta si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più richiuderle : questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.” E’ questo cumulo di rovine che inquieta.. La Shoah è oggi riconosciuta come uno degli episodi più tragici della storia dell’umanità ed è diventato paradigma della violenza del XX secolo e, in un senso più ampio, della modernità. Un aspetto quasi ermeneutico del doppio volto del moderno: non una follia sanguinaria , o meglio anche,quella del nazismo, bensì e soprattutto uno scientifico progetto di morte che come una diagonale attraversa l’Europa, popoli, razze e coscienze. In qualche senso anche l’andamento e lo snodarsi della terza rivoluzione industriale che oggi caratterizza il nostro mondo esprime la doppiezza ereditata dal passato.
Viviamo in un mondo catturato, sradicato e trasformato dal titanico processo tecnico-scientifico dello sviluppo del capitalismo, che ha dominato i due, tre secoli passati. Il futuro non può essere una continuazione del passato e vi sono segni che siamo giunti a un punto di crisi profonda. Le stesse strutture delle società umane, comprese alcune basi sociali dell’economia capitalistica, sono sul punto di essere distrutte dall’erosione di ciò che abbiamo ereditato dal passato della storia umana. La contraddizione tra trasformazione profonda del modo di produrre e di vivere in un sistema globale ed economia mondo e la pervasiva cultura di morte che rischia di divenire dominante si connettono strettamente. La nostra „civiltà a un bivio” deve fare delle scelte radicali: di fronte a una contemporaneità, grande Medusa che continua a generare mostri e terrificanti immagini pietrificate. La realtà sembra nascondersi dietro i simbolismo-gotico-medioevale ossessivo di Baltrusaitis, il quale pone in luce in modo chiarissimo e inquietante che fuori del mostruoso simbolico esiste una realtà ed è compito dell’intellettuale rappresentare e conoscere; con occhi che guardino in profondità, per svelare e leggere il mondo. La catastrofe dello sterminio diviene paradigma della necessità di una nuovo epistemologia che recuperando la memoria possa dare vita a una cultura sempre meno conformista che la liberi dalla „eclissi del volto”, di visibilità critica che costituisce il dramma profondo della cultura europea. In ogni epoca bisogna cercare di strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla.
Dalle ceneri di Auschwitz nasce lo stato di Israele, anche se la lunga amnesia che ha caratterizzato gli anni che hanno seguito la Shoah, seppure compensata dalla nascita di uno stato nella „terra promessa”, sono anni che la memoria individuale vive come silenzio, quasi che il totale annientamento dell’identità dei deportati, rasati, schedati con numeri in successione aritmetica avesse disintegrato la volontà oltre che la possibilità di dare parole e visibilità a un grumo di immenso dolore quasi solidificato, personificato aldilà degli individui., memoria di un tempo senza tempo, per chi sopravvissuto ritorna nel tempo della vita quotidiana. Quello che non si è in grado di raccontare e scrivere, ad eccezione della grande trasgressione rappresentata dalla poesia di P. Celan, si scioglie tra le braccia materne e accoglienti della terra promessa, di quel Israel che accoglie con braccia consolatorie il grande dolore dei suoi figli. che cominciano una nuova vita con rinnovata speranza: „la nostra vita è semplice e piccola opera che io scrivo giorno per giorno, ora per ora. Non è qualcosa di grande, di ardito. Milioni di uomini e donne l’hanno già fatto prima di me. Ma questa è la mia e io la vivo con tutte le forze”. (D.Grosmann,).Benché eretta a religione civile del mondo occidentale, la Shoah rimane un nodo dell’oggi, metafora per designare la insicurezza dei confini israeliani e nello stesso tempo prisma di lettura del presente : memoria non pietrificata e tanto meno solo celebrata, bensì, parafrasando le parole di P. Ricoeur, evento fondatore e discriminante, trauma collettivo, memoria in grado di rendere possibile, a partire dal contenuto del ricordo, un nuovo senso e un nuovo significato all’umano essere al mondo, impronta che connette l’ambizione del presente al ricordo, la testimonianza, alla storia, struttura di transizione tra memoria e storia, tempo compresso la cui carica di passioni, sentimenti e ricordi costruisce la struttura portante che dà senso al nostro vivere quotidiano. Il moderno, con il suo parabolico percorso nello spazio-tempo incontra ancora una volta il suo doppio sul finire del secolo appena terminato, da un lato il qui e „adesso” della storia tra sincronia e diacronia, dall’altra il narciso contemporaneo che autoriproducendosi, si nutre della sua stessa immagine, in delirio di solitudine sino alla fine dei giorni.E’ su questo crinale, compresso tra passato e futuro che oggi noi, ci muoviamo, incerti.

Anna Maria Nassisi

per vedere le opere clicca qui

Text by Anna Maria Nassisi for the show Beyond, Alfredo Pirri and Miroslaw Balka
Bunkier Sztucki, Contemporary Art Gallery, Krakow, 2007

‘This is the eye of time:
it squints cross-eyed
under a seven-colored brow.
Its lid is fire-washed,
its tear is steam.
The blind star flies at it
and melts away against the hotter lashes:
world waxes warm
and the dead
bud out and blossom’

Paul Celan, The Eye of Time

Beyond

Art is always in search of duration, in search of a constructive linguistic order able to exalt the creativity of individuals against death and against mass homologation. In this century it’s still possible to trace a possible ‘absolute’ sense of art, an art capable of exalting the value of creative freedom: it’s a value that conjugates artistic creation with a search for spirituality, for an affirmation necessary to fight against the ephemeral. If within his creative challenge the artist places his hope in the strength of his own work, clearly his work will result in an act of meditation – and this is an act that asks for trust in humanity, for a surpassing of conflict, for a search for the contemplative quotient of the work of art. The intricate interweaving of form and content that is the work of art is, in itself, the only medium able to redefine its language in an historically, memorially rich space of interdependence between art and life. This project called ‘Beyond’ conjugates the work of two artists whose contribution I invited to reflect on the theme of the dark side of the Modern: Miroslaw Balka and Alfredo Pirri. Both responded positively – both are very aware of the value of these conversations both in sphere of art and of life in general. The exhibition makes visible the importance of ‘thinking Auschwitz’, not as an event of the past but as memory in the present, which still traverses our contemporary consciousness and posits itself as the fundament of a new reality.

The Parable of the Modern

It’s the double that gives form to the epistemological structure of the Modern. It becomes obsessive specularity, tracing a parable of the theoretical, of the sphere of the possible. Madness, dreams, are at the same time manifestations of extreme subjectivity and of ironic objectivity; the two pose no contradiction. The poetry of the heart, final solitude, immerses itself into Plato’s cave, exasperated by its own lyricism: archetypes of a never-ending doubleness. Thrown into its shadows, mankind harks back beyond memory to an old world made up of fantastic cavalcades, of witches sitting on the branches of dead trees. Goya rediscovers the great forgotten images of madness. After all, isn’t the monster who whispers his secrets in the ear of the monk of the ‘house of the Deafman’ related to the gnome who fascinates Bosch’s S. Anthony? The moment the modern wins its battle over the ancient is the moment when optimism incarnates the conscious acquisition of science and technology, its transformations, which act also on the languages of art. In 1926 Benjamin observed, with unrepeatable acumen, that the mechanical reproduction of the work of art changes the relationship between art and the modern masses. The avantgardes of the late 19th Century consigned this triumph to futurism. The ‘Modern’ celebrates the glories of industrial progress, and the great exhibitions push towards the aesthetic within the realm of the industrial. Constructivists and the Bauhaus invent new languages and new methods, which are elastic, inductive, and which find new qualities in the concept of form: geometrisation becomes the base of a projectual, and hence functional, creativity. Along this path, the artist finds his new essential ambition: aesthetic pleasure now happens through the use of ‘forms’ which are functional to the individual. At the same time, an idea arises in consciousness, and hence also in culture – modernity begins to show its interior as made up of doublenesses, of ambiguities. Freud gives the ‘human subconscious’ scientific status; the Modern becomes ‘the transient, the fugitive, the contingent on the one hand; the eternal, the immutable on the other’ (Baudelaire). The enlightenment, the root from which the Modern takes hold, takes its place amongst the shadows of Mesmer’s collective hypnosis, of Cagliostro’s magic, of the realm of clairvoyants. The goddess of Reason drags towards her all the nightmares that had been slumbering in the darkness, awoken by the violence of the bright light. Mephistopheles walks towards Goethe, rising from its Medieval depths. From all the folds of a dreamless world, the supernatural emerges once more. Blake’s visionary spirit reaches down into the heart of darkness and brings back up to the surface a parade of angels and demons, luminous androgynous apparitions, monsters which reveal the doubleness of individual and collective being in the modern world. In Bosch, or in Brueghel, these forms were born from the world itself: they arrived through the folds of a strange poetry, they came up through the rocks, through the plants, they emanated from an animal yawn; the complicity of nature made them arise. Goya’s forms rise from nothing: they are bottomless, both because they set themselves apart from the monotonous night, and because nothing can define their origin, their ends, their nature. What is the tree sustaining the branch upon which witches lie? Does it fly? Towards where? There is no longer anything that speaks of a world, of this world or of another. These forms all become prophecies of the ‘sleep of reason’, which Baudelaire reads as the double-face of modernity. From the double-headed, Kantian path of the Modern, the 20th Century takes its philosophical, historical, artistic route: the darkened face of a modernity which has to measure itself against horror, against terror, against death.
History swallows time through the flames of a hell from which only death can bloom: “This is the eye of time, it squints cross-eyed under a seven-colored brow. Its lid is fire-washed, its tear is steam. The blind star flies at it and melts away against the hotter lashes: world waxes warm and the dead bud out and blossom”. Thus Celan describes his dramatic experience, and the immense wound of a story, of a memory, of a collective mourning consumed in Dacau, Buchenwald, Auschwitz.
…Beyond…. Beyond an adverb, beyond the evocative metaphor of a place: ‘Beyond’ is the place where the tragic adventure of humanity finds that of mankind, of ‘the end of mankind’, and attempts to pass beyond the human and the humanist to remove the foundations of what the Enlightenment had generated. A culture of death, a culture of darkness, is the expression of a particular kind of modernity: a crisis which underlines the fragment, the decomposed, and at the same time a condition of ‘incredulity’ before a story which has marked us all indelibly, in our history, in our consciousness, in our shared collectivity.
If modernity thrives on a conscious optimism, fueled by scientific knowledge, which is dia- and synchronical, which is memory, project, transformation, in its dark side revealed by nazism and fascism it also implies a loss of sense and meaning, a breakage in which the ‘validity’ of scientific enunciates is no longer verifiable through argumentation or through testing. The fortuitous connection between phenomena is thus substitutes by a faith in instability, by the fortuitous nature of scientific knowledge. The Encyclopedia becomes the databank, the very nature of which accepts incompleteness. This is a core-event: the field is the space that opens up when the state of exception becomes the rule. The systematic extermination of anyone who could have threatened the purity of the arian race, the systematic elimination of jews, homosexuals, gypsies becomes a possibility, and then a rule, thanks to a filing system, thanks to a computational process. The IBM collaborates with the regime by filing and cataloguing the categories for suppression, separating the jews of the East from the jews of the West, and performing the same operations for all the other categories. A death machine which reminds us of one of Kafka’s short stories, ‘the men, and the jews, the cloudy residue of a people, souls of smoke. They didn’t see, no, they spoke of words. They did not awake, sleep overcame them… Ash, ash, night, night and night’. The awful tragedy recounted by Celan is the result of a scientific project. Nazism, then, wasn’t only the irrational; it was the triumph of a kind of knowledge that privileges death, it was the result of a collective sense of being immersed in the night of reason, but it was also a project of modernity.
A wound opened up between signifiers and signs, a profound revolution in perception and in representation. Historical inquiry, here, has to be located within a system in which synchrony and diachrony no longer interact and hence lose their ability to generate sense. During this night, mankind communicated with its most profound, its most solitary aspects. S. Anthony’s desert, in Bosch, was infinitely more populated, the landscape was written in a human language, borne out of its imagination. From now on, faces enter a phase of decomposition: this is no longer Capricci’s folly in creating masks more lifelike than faces, this is a madness underneath the masks, a madness which bites and corrodes the human face. There are no longer mouths, or eyes, only gazes which come from nothing, transfixed on nothing, black holes. ‘Madness’ has become the possibility of abolishing mankind and the world. Underneath the dream, underneath bestiality and the nightmare, madness becomes now the last resort, the beginning and the end of everything. Non-reason continues to guard the sleep of the world, but in this guarding it comes into contact with new forces, new powers. Its non-being becomes a force which undoes being, which annihilates. No longer the Shakesperean ‘fool’ whose madness sheds light onto the world. After Sade and after Goya, the ‘sleep of reason’ which ‘produces monsters’ becomes a permanent trait of modernity, and the world becomes unrevealed doubleness. We need to peer behind Alice’s mirror to find the doubleness of the modern which still characterises our life in the contemporary. The dispersion of creative subjectivity interacts, and somehow reflects, our subjective dispersion in terms of lifestyles and working practices.
The territorial segmentation of the market, the idea of restructuration on a world-scale, the change in lifestyles brought about by an equally important change in culture, in ethics, in meaning: today, in a phase of crisis of Western thought, in the so-called ‘postmodern’ era, contemporary art and contemporary artists are given the task and the responsibility of weaving back together measure and dismeasure, techné and imagination. They are given such a task in a space which consciously moves onwards, in which the ancient euclidean rules of geometry and from no longer hold, in which we are to expect an unexpectable vision of the future. But we will only be able to make sense of the ambiguities of the contemporary if we see ourselves as still moving within the territory of the Modern. These ambiguities remain, in our postmodern thought, through the idea of death: the death of art, the death of scientific knowledge, the death of mankind, the death of history; on the other hand, we are obliged to a new historical epistemology given by the facts of nazism, a push that obliges us to start again, to give new energy to our agonising Western though. There’s something like a line drawn through the 20th Century: 1933. This date returns, always, in the biographies of great German intellectuals, who escaped towards England and the US. 19333333… the list would never end, I feel I can see Thomas Mann’s melancholy smile as he looks at Gropius in Harvard, at Adorno in California, at Schonberg, at his brother Heinrich… This date holds the dark side of the modern. Europe loses its great intellectual patrimony, the thinkers who had restarted the languages of art, of philosophy, of science, of psychoanalysis. We can see the Schoah, today, through these lenses.
Today we are in the position of those who think about the recent past with Benjamin’s words in Angelus Novos: ‘There is a painting by Klee called Angelus Novus. It shows an angel who seems about to move away from something he stares at. His eyes are wide, his mouth is open, his wings are spread. This is how the angel of history must look. His face is turned toward the past. Where a chain of events appears before us, he sees on single catastrophe, which keeps piling wreckage upon wreckage and hurls it at his feet. The angel would like to stay, awaken the dead, and make whole what has been smashed. But a storm is blowing from Paradise and has got caught in his wings; it is so strong that the angel can no longer close them. This storm drives him irresistibly into the future to which his back is turned, while the pile of debris before him grows toward the sky.’ It’s this pile of ruins which haunts us. The Shoah is recognized now as one of the most tragic episodes in human history, and it has become the paradigm for violence in the 20th Century and in modernity in general. It is an almost hermeneutic aspect of the double-face of modernity: not a bloodthirsty craze, or rather not only, but a scientific project of death which traverses Europe diagonally, traversing also its populations, its races, its consciousnesses.
In a way, even the movement and the project of the third industrial revolution of today’s world expresses this doubleness, inherited from our past. We live in a world that has been captured, uprooted, transformed by the titanic technical and scientific process of capitalist development, which has dominated the past two or three centuries. The future cannot be a continuation of the past, which is why signals are beginning to appear, the marks of a deep crisis. The structures of human society, including the social bases of capitalist economies, are on the point of being eroded by what we have inherited. Although apparently in contradiction, there is a profound connection between the deep transformations in our ways of living and producing as a global economic system and this pervasive culture of death. Our ‘civilization at the crossroads’ is forced to make radical choices: gazing upon the contemporary is a great Medusa who keeps churning up monsters and terrifying, petrified images. Reality seems shrouded in gothic-medieval symbolist obsessions such as Baltrusaitis’, who shows clearly, too clearly, how outside of this monstrous world of symbols there is, still, a reality, and that it is the intellectual who should learn about it and represent it, with a penetrating gaze upon the deep, a gaze able to read and reveals. The catastrophe of extermination is the paradigm of a new epistemology which, by recuperating memory, should be able to engender a less conformist culture, free of the ‘eclipse of the face’, made up of a critical visibility of the deep trauma of European culture. Every era has a need to snatch tradition off conformism, whose nature is to overtake. The state of Israel rises from the ashes of Auschwitz, but the long amnesia which followed the Shoah – albeit the birth of a state in the ‘promised land’ – is a chain of years lived in individual memory as a form of silence, as if the total annihilation of the identities of the deported, the shaven, the catalogued by way of arithmetic systems had disintegrated not only the chance, but also the will to give words, to give images to this immense knot of almost solidified pain, a pain personified beyond individuals, the memory of a time outside of time for those who survived and who had to return to everyday life.
All that which isn’t writable, tellable or describable (with exceptions, such as Celan’s great transgression in his poetry), melts in the maternal embrace of the promised land, Israel, which embraces and consoles the great pain of its children, who return to life with renewed hope: ‘our life is a simple small endeavour, which I write day by day, hour by hour. It isn’t something great, something brave. Millions of men and women have already done it before me. But this is my life and I live it with all my strength’ (D. Grosmann). Although it has acquired the status of a civil religion in the Western world, the Shoah is still a know in the everyday, the metaphor tracing the insecurity of Israel’s borders, and the prism through which we can read the present moment: it is a memory which isn’t petrified, and even less celebrated, but, as Paul Ricoeur has noted, it is the foundational, discriminating event, the collective trauma, the memory which – grounded in the content of rememberance – makes possible a new sense, a new meaning to being in the world; it is the trace that connects the ambition of the present to the past, to testimony, to history: the structure which makes possible the transitions between memory and history, compressed time whose charge of passions, sentiments, memories creates the very framework that gives meaning to our life now. Once again, with its parabolic path in space and time, the Modern encounters its double at the end of the Century we have just saluted; on the one hand, the ‘now’ of history between synchrony and diachrony, and on the other the contemporary Narcissus who self-reproduces and lives off his very image, taken up by the swirl of a delirium of solitude destined to last until the end. It is on this edge compressed between past and future, it here that we move now, uncertain.

Anna Maria Nassisi

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