Galleria Carini
Firenze, 1989 

A: Osservo queste opere:  nel loro articolare gli elementi della pittura moderna,  dalla cornice­ alla tela al campo  di colo­re, esse paiono procedere con la  distanza grave del rito.

B: Un rito sommamente impu­ro, in cui la pittura pare aver preso da sempre distanza da se stessa. Un rito colmo di con­sapevolezza che la pittura mo­derna  ha perduto la sua po­tenza analogica, la sua capa­cità di alludere ad una totalità morale posta al di là dell’e­stetico.

A: Il quadro  come correlativo oggettivo dell’invisibile, idea in­carnata che rimanda al or­dine più alto di quello  delle mere  cose  .. .  Ma come  po­tremmo  non  riconoscere che quella che un tempo si indica­va con il  nome di pittura non oggettiva, nel suo sforzo di ele­varsi alle condizioni  trascen­dentali della visione, dell’Uno che precede la molteplicità del tempo, è precipitata nel duali­smo inconciliabile di pura trascendenza della visione e mera immanenza del pennello che copre  una superficie?

B: Anche se così fosse, rimar­rebbe aperta la domanda  sul modo in cui, oggi, custodiamo l’eredità delle opere a cui ti ri­ferisci, per tragica e scissa che sia. In ogni elemento delle ope­re di Pirri vi è uno spostamen­to decisivo dai presupposti che fondano l’autonomia della pittura moderna,  dall’alone fluorescente che raddoppia la luce della superficie, alla cornice che diviene quasi tropo retori­co limite estrinseco ad un’e­ stensione  che   infatti  altrove pende libera e irrelata; disiec­ta membra della compiuta to­talità dell’opera, raddoppia­ menti in cui s’inabissa  il presup­posto stesso della pittura del moderno.

A: Ma proprio in questo inabis­sarsi tali presupposti si mostra­no  come  mitici ,  enigmatiche parole prime che si manifesta­ no nella loro ambiguità essen­ziale. Questo voler tenere insie­me verità dei materiali e subli­me immateriale  della visione, non è riconoscibile oggi come un gigantesco “double-bind” … comando  impossibile in cui si impone di disprezzare la mate­ria in vista della rappresentazio­ne dello spirito invisibile, soste­nendo  al tempo stesso che la materia della pittura è già rap­presentazione dell’invisibile … una specie di mistero dell’incar­nazione, propaggine  teologica di  cui  la  metafora dell’artista creatore è solo la manifestazio­ne più superficiale … Da qui la tragedia … come essere all’al­tezza di questa pretesa, senza  finire nella follia o nel silenzio?

 B: Anche ammettendo ciò che dici, sappiamo ormai  bene co­me non basti fare coscienza,  affermare la ragione “illuminata” che  dissolve la  superstizione per venire a capo  dei proble­mi . . . e i miti sono in primo luogo stratificazione di proble­mi, di cui non si colgono le ori­gini … guarda alla parabola di quegli illuministi in ritardo che sono  gli artisti concettuali  … nel loro sforzo di definire  il con­testo istituzionale, “antropologico “ dell’arte, hanno costruito una tavola delle leggi a cui sot­tostà la  produzione  di  valore artistico … farisei e non altro …