Una scelta di testi a cura di Alfredo Pirri editi in occasione della mostra personale presso la galleria “La nuova pesa”, Roma, Ottobre, 1994

PER ALCUNI GIORNI DI SEGUITO

Per alcuni giorni di seguito, mi sono alzato al mattino molto presto per andare in galleria(in via del Corso, molto vicino a piazza del Popolo) ad allestire la mostra. Alle cinque e mezzo la piazza era praticamente vuota, i bar famosi che vi si affacciano chiusi. Le uniche presenze gli spazzini ed il parroco delle “chiese gemelle” ambi intenti nel loro lavoro; gli uni a pulire strade e piazza, l’altro a spazzare il portico di una delle due chiese.
Le uniche persone che transitavano erano dirette in chiesa. Il secondo giorno ci sono entrato anch’io, e poi i giorni successivi. Quelle persone entravano, si sedevano, alcuni si inginocchiavano, altri rimanevano fermi all’ingresso. Erano di età differenti, quasi tutti erano pronti ad affrontare un giorno di impegni. Nessuno parlava, nella chiesa il silenzio era maggiore che altrove o meglio era un corpo che entrava insieme ad ogni corpo di persona.
Una cosa accomunava tutti: la direzione dello sguardo, gli occhi di tutti erano puntati verso l’altare centrale dove non veniva recitata ancora una messa, dove non succedeva assolutamente nulla. Ho trovato quasi inspiegabile perché non ci si voltasse a guardare le tante opere che decorano la chiesa.
Queste scivolavano via dallo sguardo come se non ci fossero, eppure erano presenti con una sovrabbondanza addirittura fisica: quale momento migliore per goderne la bellezza! Ci si trovava in una situazione in cui è impossibile guardare le opere per il motivo molto semplice che si era guardate da esse, si era come controllati da mille occhi e mille gesti, immobili eppure attivi. Le opere e le decorazioni stavano li non per essere ammirate ma per controllare che gli sguardi delle persone fossero indirizzati verso il niente, per aiutare questi sguardi a trovare in fondo a ciò una presenza che faccia da eco ai propri pensieri.
In fondo è questo che ci piacerebbe fare, delle immagini da guardare con la schiena e da cui essere protetti come fa l’angelo con i bambini.
Immagini da consumare insieme a parenti e amici.

Alfredo Pirri

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Testo Il profilo dell’artista di Giacinto di Pietrantonio
I ritratti dell’artista sono stati realizzati in creta bianca da Chiara Pirri a 5 anni e mezzo

DOVE PORTARE LE COSE CHE CI APPARTENGONO
Conversazione di Alfredo Pirri con Tucci Russo

Alfredo Pirri – Stamattina, appena mi sono svegliato, in treno, ho guardato il paesaggio fuori dal finestrino. Ho visto le cose muoversi mentre io stavo fermo. Ho pensato ai paesaggi che ho visto dalle finestre delle tue gallerie, quelle precedenti e quella attuale, ho avuto l’idea che qualcosa di simile li colleghi. Ora si vedono le montagne, in quella di via Gattinara non era il paesaggio, ma la percezione di un fiume che scorre e, ancora prima, dei vecchi edifici, mi pare di ricordare ….

Tucci Russo.- …Una ciminiera.

A.P. – Una ciminiera infatti, quello che non ho mai visto insomma è il centro di una città, una strada grande, illuminata con gente che passeggi, oppure una piazza con bar e tutto il resto che fa del centro di una città un luogo dinamico, l’immagine urbana.

T.R. – L’immagine urbana tipica non c’è mai stato è vero. La nostra galleria ora è a Torre Pellice, ma negli anni precedenti è stata prima in corso Tassoni, poi in via Gattinara, dentro la città; vi erano fuori delle cose che riguardavano la città, ma nello stesso tempo non la riguardavano perché corso Tassoni aveva un ‘immagine che all’esterno ricordava i vecchi quartieri di periferia, con un senso romantico; via Gattinara aveva un senso più industriale, ed allo stesso tempio più europeo. Quello che è venuto a mancare rispetto a quel paesaggio esterno che ci ha sempre a animati e in qualche modo spinti a fare, è quell’energia del luogo che poco per volta si è affievolita e che in qualche modo ha fatto si che volendo conservare quel tipo di energia, abbiamo pensato che fosse necessario portarsela dietro dietro insieme a quel pò di arte che siamo riusciti a capire, quel pò di pensiero che siamo riusciti a costruire in questi anni e cercare di farlo crescere con un atteggiamento più naturale, in una realtà meno impacciata dai movimenti e dalle crisi della città, cercare di lavorare con un sentimento di libertà maggiore.
Diventa difficile per me pensare un paesaggio esterno e pensare all’arte allo stesso tempo perché io vorrei vedere l’arte oggi dentro il paesaggio. Finora la galleria ha un po compensato questa cosa perché è chiaro che gli artisti possono andare verso il paesaggio e fare delle cose come se fossero sempre state li, come se fossero il frutto degli alberi. Operazioni del genere diventano difficili perché quello che ci sta attorno, il sociale, impedisce a volte, di fare delle operazioni pi libere che possano vivere in maniera del tutto autonoma. La galleria, che è un termine del quale non mai saputo bene il significato, è il luogo nel quale sono avvenute per anni delle cose secondo dei codici, mentre io vorrei avvenissero senza codici. Penso che l’arte possa essere fatta ovunque senza necessità di dire che è stata fatta dell’arte.

A.P. – La cosa che mi ha colpito oggi visitando la nuova galleria, è il rapporto fra la natura esterna, un paesaggio cosi forte, e la “natura” interna, le opere sparse nello spazio. Vi è fra questi due paesaggi un vincolo di profonda solidarietà, non dovuto al fatto che le opere appaiono come il frutto di un albero, al contrario il loro essere manufatti dell’uomo ne viene esaltato a tale punto che la galleria sembra presentarsi come qualcosa che, accrescendo l’idea stessa di natura, ne renda pi sensibile la percezione. Quello che percepisci è la dinamica e la tensione di una crescita.

T.R.- C’è osmosi e nello stesso tempo una dialettica che avviene in maniera naturale, perché io credo che in fondo le cose che gli artisti han fatto, cosi amo definirle, hanno trovato una casa, un luogo reale in cui il paesaggio esterno e quello interno costruito dall’uomo convivono bene, anzi producono una forma di contatto diverso.

A.P.-… Come se avessero trovato casa. Credo che oggi tutti siamo alla ricerca di una casa per le opere che produciamo, non inteso in termini commerciali, ma come ospitalità. Le case italiane mi pare siano molto disponibili a questa accoglienza, con le loro stanze una dopo l’altra, ognuna con re e un’intimità differente. Mi piace come l’arte assecondi questi bisogni per poi tradirli rimanendo per sempre straniera pur non assumendo il ruolo di invasore.

T.R. – Quello che dici è molto bello, anche perché chiunque può ospitare nella sua casa opere con la stessa grandezza con cui il mecenate invita gli artisti a fare delle cose nel suo palazzo. Questo è un principio straordinario che porta l’arte fuori dallo schema del mito per farla vivere con naturalezza, dentro i gesti che le persone fanno. Si pensa sempre all’artista come uno che fa delle cose trasgressive che penetrano nella sfera emotiva. Personalmente ho pensato sempre all’arte come un fatto di naturalezza e di logica conseguenza della vita. Se partiamo da questi presupposti ci rendiamo conto che in fondo l’arte può vivere ovunque ma forse, oggi sopratutto deve stare nei luoghi che la possano ospitare con questo tipo di coscienza e di naturalezza.

A.P.- Anche io penso che l’arte sia un’occasione eccezionale per ridisegnare l’idea di natura, ma in toni antinaturalistici. Giorni fa ne parlavo con un’amica, lei sosteneva la tesi che l’arte dovesse essere la sintesi ed il laboratorio creativo di sollecitazioni ed informazioni che3 provengono da più parti (o da tutte le parti). L’osservazione che mi è venuto subito da fare è che un tempo questo si sarebbe chiamato naturalismo, se con questo termine si è voluto dire da una parte l’elaborazione delle forme naturali e di tutto quello che ci circonda e dall’altra la resistenza al panico che questo comporta.

T.R. – Allora parlando proprio di questo, viene fuori un altro tipo di problema: la città, la polis così com’è organizzata è fatta in modo che tutto esista e crei un servizio in funzione degli uomini. Allora perché non estendere questa polis fuori dalla polis. A me piacerebbe trovare dentro e fuori casa, cioè nella “natura dell’uomo” e nella “natura della natura”, tutte le cose di cui abbiamo parlato fin’ora. In questo senso “decentrarmi” mi ha interessato perché possiamo li far vivere il pensiero in una forma più libera, più autonoma al pari delle forme che ci stano attorno, in maniera del tutto naturale.

A.P.- L’arte scompare se si fa laboratorio di elaborazione. Tutto è laboratorio, noi con il nostro corpo, le case che abitiamo, un albero. Tutto, tranne l’arte, perché l’arte trova dentro di sé i motivi della crescita, elabora solo i propri motivi. nessuno può piantare un quadro e nessuno può abbattere una scultura. E’ bello pensare come dal contrasto di queste forze “naturali” scaturisca l’idea dell’abitare.

T.R.- Stamattina quando mi parlavi della mostra di Roma ho avuto la sensazione come se la mostra fosse un corpo che abita una casa. Un corpo sano, unico, per cui non potresti staccarne un elemento e portarlo fuori. Questo può avvenire anche in un secondo momento , ma quella parte di corpo viene staccata, in fondo, continuerà a convivere con le altre anche a distanze separate. Questo mi ha fatto molto piacere. Tu hai pensato la mostra come un corpo unico e non come un corpo mercantile! E’ un po come quello che dicevamo prima, del bisogno cioè di una continuazione fra interno ed esterno, di una fluidità di fatti culturali…

A.P.-… in questo senso ognuno è qualcosa, una continuità, infatti quello che è dentro una casa te lo porti appresso quando esci. Ci siamo costruiti con grande responsabilità e con fare quasi militare, di difesa, uno spazio in cui poter rappresentare questo sentimento di forte contrasto con  la natura per arrivare ad un confronto tranquillo in cui c’è fluidità senza liquidazione, senza rinuncia di valore rappresentativo, perché la natura stessa è diventata più complicata (oppure noi ce stiamo accorgendo). Allora noi dobbiamo creare un’arte ancora più complicata che sia allo stesso tempo una frattura e un invito, pero l’elemento dell’inviti deve essere più forte, deve vedersi…

T.R.- … credo che se arriviamo e concepire un’idea di questo tipo, riusciremo a concepire non soltanto una forma nuova di cultura, ma anche di politica… .

A.P.- So che è così, anche se a me pare sempre più difficoltoso, perché ogni volta che si parla di un’idea politica è necessario erigere più che demolire. Bisognerebbe costruire più muri di quanti sia necessario distruggerne… .

T.R. -… Certamente. Comunque costruire un’idea politica che faccia parte di quello che stiamo facendo e vivendo, significa portare le energie migliori della cultura dentro l’altro aspetto, per far si che la politica sia un’altra cosa.

A.P.- Io penso che la politica sia infarcita di naturalismo ancora più dell’arte. Vive di un’idea del suo fare come pura riproduzione, diciamo con termini più artistici che la politica sta ad un livello precedente all’impressionismo. Nessuna delle rotture successive a quest’epoca si è consolidata stabilmente nelle abitudini della gente, tutti continuano a essere e a fare come se les Demoiselles d’Avignon non siano mai state dipinte! la politica si è negata alla crescita. E’ rimasta legata a una cultura che non ha conosciuto il trauma dell’astrazione e in questo modo si nega la possibilità di rappresentare e “figurare” in maniera vivente.

T.R. Benissimo! Questo è il punto, noi possiamo partire da formule che ci permettono di usare la figurazione in un ambito che non è assolutamente figurativo! Al contrario, la rappresentazione (e la rappresentanza) in politica suona come una cosa morta. Prendi per esempio Thomas Shutte, è uno che ha affrontato il lavoro sia su un piano geometrico che figurativo mescolati insieme. Ma io ho vissuto il lavoro suo e vivo il lavoro tuo mai pensando alla figurazione, ma a un problema misto di concetto e verità.

A.P.- Quello che bisogna fare, in fondo, è vivere nella tradizione. Non per rintanarsi in essa, semmai uscendo dai suoi canoni formali per ritrovarne l’essenza comunicativa che renda possibile avere un rapporto con gli altri.

T.R.- Quest’idea di tradizione e figurazione stanno strettamente in rapporto con lo spazio e con il lavoro fatto su questo problema. Tocca vari punti, per esempio le percezioni intime messe in relazione con la tradizione concettuale. Quando dalla concettualità si approda alla figurazione, si arriva a risultati completamente diversi da quelli per cui la figurazione è pretestuale. Prendi il lavoro di Harald Klingheoller: in lui vi è l’idea di riportare il materiale e scultura, ecco quindi che una parola che, nel caso dei concettuali doveva essere visualizzata, in lui ritorna a comporsi in materiale. Ritorna cioè a farsi figura attraverso l’acciaio, la carta, la pietra assemblati in un certo modo che mi ricordano la tradizione della scultura.

A.P. – Non la tradizione ma il suo meccanismo, è importante il motore.

T.R. – Alcuni artisti hanno attraversato una parte della cultura che cercava di impostare una possibilità nuova per la tradizione, tradendola per tornare alla tradizione tout-court, perchè non c’era un atteggiamento di ricerca, ma mercantile; altri attraverso la radicalità di scelte culturali sono arrivati a tradirla nel modo giusto. Questo percorso descrive esattamente il meccanismo della tradizione.

A.P. – In questo senso si dà all’arte un ruolo comunitario che non è una resa alla realtà ma il consolidarsi di un valore simbolico di cui la comunità ha impellente bisogno.

T.C. – E’ vero, perchè si vive una situazione che è assolutamente formale. Sovente gli artisti parlano dell’esterno senza sapere cosè l’interno. Mi dispiace dire questo, e non voglio generalizare, pero vediamo spesso operazioni di questo genere e non solo nell’arte.

A.P. – bisogna accordare all’arte un fondamento di realtà, una realta che non sia realismo così come la crescita naturale non è naturalismo. Abbiamo bisogno di una realtà organica che dia all’arte ed al artista stesso una posibilita di sopravivenza. Accetando la realtà di ogni essere organico che è drammatica perché è allo stesso tempo presente ed estranea, in crescita continua, senza ne testa ne coda come certi invertebrati. Bisogna insomma smentire il presente che è inorganico quando è senza tensione. Pensare di poter afferrare la realtà quotidiana è assolutamente irreale, perché dalla vita si può essere solo presi, cosi come è irreale (oppure tristemente reale) l’illusione di poterne utilizzare gli aspetti mediali e comunicativi a fini “artistici”, bisogna dire le cose come stanno da questo scontro non si esce più “creativi”, ma o vittoriosi o sconfitti oppure socialisti o barbari.

T.R. Medialismo è un’altra parola che mi fa paura. Perché può essere veramente fraintesa… . No che non ne condivida il concetto, perché nell’arte esiste da sempre, non è un concetto nuovo, solo che è diventato formale, riguarda i mass-media più che l’arte e la cultura. Questa è sempre multi-mediale, secondo me, quando è forte; è sempre comprensiva dell’onniscenza, di ciò che l’uomo sa.

A.P. – Pero con un fare sintetico tutt’altro che espansivo.

T.R. – Il problema è che bisogna rendersi conto, ad un certo punto, delle cose che tutti noi facciamo, senza fare di questi pensieri che continuano ad uscire dei piccoli corollari accademici. Bisognerebbe che le cose che escono fuori, che si mettono in relazione si arricchiscano di nuove energie senza indebolire quelle primarie.

Torre Pellice, Settembre 1994

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A selection of texts chosen by Alfredo Pirri, published in the personal exhibition at the “La Nuova Pesa” gallery, Rome, October 1994.

FOR SOME DAYS IN A ROW

For some days in a row I woke up early in the morning to go to the gallery, in Via del Corso, very close to Piazza del Popolo, to mount the exhibition. At 5.30 am the square was practically empty, the famous bars on the square were closed. The only presences were the street cleaners and the priest of the ‘twin churches’, all doing their work; the street cleaners cleaned streets and square, the priest brushed the portico of one of the two churches.
The only people around were heading to church. On the second day, I went there too, and then for some days in a row after that. The people went in and sat down; some stayed close to the door, while others knelt down. They were different ages; almost each one of them ready to start their day. Nobody spoke: the silence was deeper than elsewhere, a parallel body following each body into the church. One thing they all had in common was the gaze, which everyone directed to the altar where no mass was being celebrated, were absolutely nothing was happening. I found it almost unexplainable why they didn’t turn their gaze to the many works of art that decorate the church.
They almost slipped away from the gaze as if they weren’t there. Yet they were so overly physically present: never had there been a better moment to enjoy their beauty! We were in a situation in which it was impossible to look at the works, for the simple fact that they were looking at us; everyone in the church was somehow checked upon by a thousand eyes and a thousand gestures, all active, though still. The works of art, the decorations, were there to check that the people in the church directed their gaze towards nothingness; to help our gazes find a presence that could echo our thoughts. After all this is what we’d like to make, images to gaze upon with our backs, image us that protect us like angels do with children. Images to consume with family and friends.

Alfredo Pirri

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Text by Giacinto di Pietrantonio  Il profilo dell’artista (The artist’s profile) 
The artist’s portraits were made ​​from white clay by Chiara Pirri, 5 years and a half old

WHERE TO TAKE THE THINGS THAT BELONG TO US
Conversation between Alfredo Pirri and Tucci Russo

Alfredo Pirri – When I woke up this morning, on the train, I saw the landscape outside the window. I saw things moving while I was still. I though about the landscapes I have seen from the windows of your galleries, both your old one and your current one, and I thought they had something in common. Now we can see mountains, but before, in Via Gattinara, it wasn’t the landscape but an impression of a river that flows; and even before then, I seem to remember, some old buildings…

Tucci Russo – a chimney.

A.P. – That’s right, a chimney. In fact what I have never seen is the centre of a city, a big road, or lights, people walking, or a piazza with a bar and all the other things that make the centre of a city a dynamic place, the urban image.

T.R. – It’s true I’ve never had the typical urban image. Now our gallery is in Torre Pellice, but it used to be in Corso Tassoni and then in Via Gattinara, inside the city; outside the galleries were things that had to do with the city but which at the same time didn’t, because Corso Tassoni had an outside that could remind us of old suburban neighbourhoods, almost romantically; Via Gattinara had an industrial feel, and at the same time a more European one. What started to go missing in those landscapes, which was what had always pushed us to do things, was that local energy which kept getting more and more subtle; so to conserve that energy somehow we decided we should take it with us, with the little art we have been able to understand, with the little thought we have been able to develop in these years, and take all of this elsewhere to let it grow more naturally, in a context less afflicted by the movements and the crisis of the city, to try and work with a greater freedom.
For me it’s hard to think of an exterior landscape and of art at the same time, beacuse now I’d like to see art in the landscape. Up until now the gallery has made up for this, beacuse of course the artists can go and see the landscape and make things that look like they had always been there, as if they had grown on trees. These operations become difficult beacuse the social matter surrounding us sometimes stops us from performing operations that are somehow more free, able to live autonomously. The gallery, a word whose meaning I’ve never really understood, is the place where things have happened according to codes, whereas I would like them to happen without codes. I think art can be done anywhere, without having to talk about its being done.

A.P. – I was struck today, in visiting your gallery, by the relationship between the external nature, this strong landscape, and the ‘nature’ inside, the works scattered in the space. There’s a profound solidarity between these landscapes, not because the pieces look like they have grown on trees, but precisely because you have a really strong sense that they are manmade, so strong that you feel the gallery as something which, in making the very idea of nature stronger, makes it more perceptible. I perceived the dynamic and the tension of something growing.

T.R.- there’s an osmosis and at the same time a natural dialectic, because I think that in the end, the things the artists have made, as I like to call them, have found a home: a real place where the inside made by man and the outside made by nature live well together, even produce a different kind of contact.

A.P.-… As if they had found a home. I think these days we’re all looking for a home for our works, not in a commercial sense but in a welcoming one. I think Italian homes are very open to this hospitality, with their rooms one after the other, each one with a different intimacy. I like the way art indulges these needs and then betrayes them, remaining foreign without playing the role of the invader.

T.R. – What you’re saying is very beautiful, also because anyone can host art in their home, with the same grandeur as the patron who invites artists to do things in his palace. This is an extrordinary principle which takes art out of the realm of the mythic and allows it to live in the natural space of people’s gestures. People always think of the artist as of someone who does transgressive things which penetrate an emotional sphere. Whereas I’ve always thought of art as something natural and as a logical consequence of life. If you think about it like this, you realise art can live anywhere, and that it should especially dwell in the places which can host it with this ease, with this consciousness.

A.P.- I agree that art is an extrordinary opportunity to redisgn the idea of nature, but it should be done antinaturalistically. A few days ago I was speaking of this with a friend, she thought art should be the synthesis and the creative laboratory of information taken from elsewhere (or from everywhere). I immediately thought that once upon a time you would have called this naturalism, if the meaning of that term had to do with, on the one hand, elaborating on natural form and on the surrounding environment, and on the other hand, resisting the panic this operation provokes.

T.R. – So because you’re talking about this, another problem appears: the city, the polis the way it is organised now, is made so that everything exists for and is at the service of human beings. So why not extend this polis outside of the polis. I’d like to find everything we have spoken of so far both inside and outside the home, that is in the ‘nature of man’ and in the ‘nature of nature’. In this case I liked taking myself out of the centre because where we are now, we can let thought exist more freely, more autonomously, and confront it with the shapes around us, more naturally.

A.P.- if art turns to laboratory, to elaboration, it disappears. Everything is laboratory, us and our bodies, the houses we live in, a tree. Everything but art; because art finds its reasons to grow within itself, its own motives. Nobody can plant a painting and nobody can cut down a sculpture. It’s beautiful to think of how the contrast of these ‘natural’ forces gives birth to the idea of inhabitation.

T.R.- When this morning you were telling me about the exhibition in Rome I had the feeling that the exhibition was a body inhabiting a home. A unique body, a healthy body, from which you can’t cut off an element to take it outside. You can do that afterwards, of course, but even then, that piece of the body will continue to live together with the others in spite of the distances between them. This made me very happy: you thought of this exhibition as a whole, not as a mercenary body! It’s a little like what we were saying earlier on, the need for a continuation between inside and outside, a fluidity of cultural facts…

A.P.- … from this point of view, each piece is something, a continuity, in fact you take your stuff from home with you when you go out. Responsibly, in an almost military, defensive fashion, we have built a space in which we could represent this strong contrast with nature in order to get to a tranquil coexistnence in which there’s a fluidity that doesn’t have to give up on representational value, because nature itself is becoming more complex (or we’re realising as much). So we need to make an art that is more complex, a fracture and an invite at the same time, but the invitational aspect needs to be stronger, needs to be visible…

T.R.- … I think if we can conceive this sort of idea, we can conceive another form. Not only of culture, but also of politics.

A.P.- I know, although it seems harder and harder to me. Because everytime we speak of politics we need to erect more than demolish. It’s as if we had to build more walls than we need to take down…

T.R. -… Certainly. But building a political idea within what we’re doing and living means taking the best energies of culture into the other side, making politics into something else.

A.P.- I think politics is even more imbued with naturalism than art is. It has a sense of itself as pure reproduction, let’s say that it’s at a level which is just before impressionism. None of the successive ruptures seems to have taken hold in the habits of people, everyone keeps acting like Les Demoiselles D’Avignon had never been painted! Politics has denied itself growth. It is still tied to a culture that hasn’t dealt with the trauma of abstraction, so it denies itself the possibility to represent otherwise.

T.R. – Very well! That’s the point, we can’t use formulas pertaining to figuration in a context which has nothing figurative about it! It’s the opposite, representation (in all senses) in politics sounds like a dead thing. Take Thomas Schutte: he confronted his work on a mixed level of figuration and abstraction. But I lived his work and live your work without ever thinking about figuration, I think of a mixed problem of concept and truth.

A.P.- In the end, what has to be done is live in tradition. Not as a hiding place, but in order to exit its formal canons and find their communicative essence, which can make possible a relationship between people.

T.R.- This question of tradition and figuration is in close contact with the problem of space and the work on space. It touches on various aspects, for example on intimate perception in relation to the conceptual tradition. When conceptuality arrives at figuration, the results are utterly other than the results expected of figuration. Take the example of Harald Klingheoller: in his work there’s this idea of taking material back to sculpture; so here’s a word which for the conceptuals needed to be visualised, but rebecoming material in his work. In a sense it returns to figuration but via iron, paper, stone used in a sculptorial tradition.

A.P. – Not tradition but its mechanism: it’s the engine that matters.

T.R. – There are artists who have inhabited a part of culture which searched for new possibilities for tradition, but which then betrayed the new to return to straight tradition; because it wasn’t research that was guiding them, but commerce. Others have chosen a radical path of cultural choices and betrayed tradition in the best possible sense. These paths describe the mechanism of tradition perfectly.

A.P. – In this sense, art takes on a communitary role which isn’t about reality but about the achievement of symbolic value, which the community is in desperate need of.

T.C. – It’s true, because we’re in a situation which is absolutely formal. Often artists speak from the outside without knowing what the inside is. I’m sorry to say this, and I don’t want to generalise, but we often see this sort of operation… and not only in art.

A.P. – We need to give art a fundament of reality, which isn’t realism, the way natural growth isn’t naturalism. Art, and the artist, need an organic reality to survive; and we need to accept the reality of every organic being which is dramatic because it is at the same time internal and external, in constant growth, without head nor tail, like some invertebrates. We need to belie the present when it’s inorganic, that is, when it shows no tension. It’s completely unreal to believe that you can confront daily life, because life can only take you; it’s also unreal (or sadly real) to believe that you can use the medial or communicative aspects of daily life for ‘artistic’ purposes. We need to say things as they are: we’ll come out of this struggle not ‘more creative’, but either victorious or won over, or socialists or barbarians.

T.R. – Medialism is another word which frightens me. Because it can be really misunderstood… it’s not that I disagree with the concept, because it isn’t new, art has always done medialism; it’s just that it has become formal, and has more to do with mass media than with art or culture. And culture, as far as I can see, is always multimedial when it’s strong; it always includes omniscience, what mankind knows.

A.P. – But it does so synthetically rather than expansively.

T.R. – The thing is that, at a certain point, we need to understand what we’re doing, but this understanding shouldn’t be utilised to produce a series of academic manuals. We need these thoughts of ours to risk new energies, without weakening the energies that brought us to those thoughts in the first place.

Torre Pellice, September 1994

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