Parallelo 42 numero 03 raccolta 42_10
Vuoto per Pieno
Incontro fra Alfredo Pirri e Giorgio Barberio Corsetti
Roma 02 dicembre 2010 a casa di Alfredo Pirri

Alfredo Pirri:

Questo incontro fra me e Giorgio Barberio Corsetti, avviene dopo molti anni di conoscenza, stima reciproca e frequentazione (non continuativa). Abbiamo deciso di fare questo dialogo in forma pubblica, anche se le persone che abbiamo intorno sono tutte amiche e l’incontro si è svolto a casa mia. Pensavamo fosse bene non trattenerlo dentro una dimensione privata, fra noi soltanto intorno ad un registratore ma allargarlo ad altri, persone che stimiamo, in modo da coinvolgerle in un colloquio che ci espone l’uno verso l’altro con fiducia, la stessa con cui si confessa qualcosa d’intimo a una persona cara, sapendo di fare affidamento sull’amore prima che sullo scambio verbale.

Abbiamo trovato un titolo a questo incontro: “vuoto per pieno”, è un titolo che evoca soprattutto la questione del vuoto, presente nel lavoro di entrambi e, come mi diceva l’altro giorno Giorgio, per lui particolarmente importante oggi.
Il termine “vuoto per pieno”, però, non ci spinge a pensare solo a qualcosa di alto e indefinito, ci riporta anche a qualcosa di semplice e pratico. Con questo termine si indica un particolare modo di misurare lo spazio in edilizia che corrisponde anche a un tipo specifico di contratto artigianale: Il muratore o l’imbianchino, per calcolare il costo di un lavoro in maniera semplice misura le superfici vuote, ad esempio i vani delle porte, delle finestre o delle aperture in genere integrandone poi la dimensione in continuità con quelle fatte di muratura e quindi piene. In tal modo si afferma il senso di una totale equivalenza tra vuoto e pieno. A prima vista questo ragionamento appare un imbroglio, un modo subdolo per applicare il costo del pieno anche al vuoto ed equiparando il prezzo di quello che si fà con quello che non viene fatto. La loro equivalenza economica, però, non è data da una corrispondenza di misurazione bensì da un ragionare su un surplus di lavoro e di attenzione necessaria per lavorare sui vuoti (o il vuoto) rispetto ai pieni. Si ritiene cioè che la difficoltà e il tempo lavorativo necessario fa sì che il vuoto sia molto più prezioso del pieno, allora ne risulta che l’equivalenza, in linea di principio, fra i due parametri è in effetti una concessione che il vuoto rende al pieno, una sorta di regalo visto il suo valore molto più elevato. In un certo senso il vuoto rende valore al pieno.
Come dicevo all’inizio, con Giorgio abbiamo deciso di affrontare questo argomento, a partire dal nostro lavoro; da come, cioè, in quello che facciamo, anche inteso in modo semplice e pragmatico vuoto e pieno si equivalgano fino a confondersi. E in effetti così è in ogni opera, il loro equilibrio è la base del lavoro dell’arte. Ma questo rapporto così equilibrato e perfetto non deve impedirci di pensarli come forze contrastanti, drammaticamente in conflitto che lottano dentro l’opera per avere il sopravvento e lottano anche negli occhi e nella mente di chi l’opera la guarda per conquistarne l’identificazione, la comprensione, la condivisione …. Vuoto e pieno sono alternativamente sfondo e figura, si spingono e attraggono a vicenda cercando di annullarsi … almeno io li vedo e vivo così … il loro dialogo, la loro armonia è solo il risultato momentaneo di un’opera che li cattura entrambi costringendoli alla coesistenza …

Giorgio Barberio Corsetti: l’approccio all’argomento che Alfredo ha ricercato nella prassi artigianale rispecchia anche il lavoro del teatro che ne è fortemente impregnata in diversi ambiti, dalle scene, ai costumi, alla costruzione dei caratteri dei personaggi, alla definizione dei testi, ecc. In teatro si lavora per strati, si lavora per passaggi successivi, ed anche l’improvvisazione s’innesca sui momenti precedenti restituendo la percezione della crescita dell’opera giorno per giorno.
Vuoto è ancora il contenuto portante del mio nuovo spettacolo, dove dopo tanto tempo torno in scena come attore, e devo interpretare l’urlo silenzioso, un’emozione da trasmettere però con un’azione fisica e questo è il motivo per cui sono senza voce ora…
(del testo di Corsetti ho una registrazione a tratti, per via della voce bassa, e quindi magari può integrarla)

Alfredo Pirri: parlando di fisicità e di realtà dell’opera, di come il vuoto agisce nel mio lavoro come qualcosa di concreto, voglio sottolineare un aspetto che è molto simile al lavoro dell’artigiano da cui siamo partiti; cioè ad un aspetto quantitativo che difficilmente viene allo scoperto quando si parla di vuoto anche perché il vuoto viene sempre imparentato alla sottrazione, mai all’addizione. Per me il vuoto, la sua azione, è il risultato di una quantità enorme di lavoro; per definirlo, mostrarlo, vederlo all’opera o nell’opera è necessario un surplus di impegno che lo renda qualcosa, una tensione ben più grande del solo essere la rappresentazione di quello che manca, quello che non c’è … che non c’è più o non c’è ancora … per me è come se il vuoto fosse depositario di un maggiore impegno di lavoro e di pensiero, quindi lo percepisco come qualcosa di presente. Anche se è più normale definirlo o intenderlo attraverso una negazione piuttosto che un’affermazione il vuoto non è una negazione o una rinuncia, è invece, il risultato di un lavoro, di un’azione che crea un campo di sensazioni che definiamo vacante. Io lo percepisco come una specie di vacanza voluta, meritata, allegra, mai definitiva; è una vacanza momentanea, fulminea che si consuma in un attimo, quello in cui si riesce a percepirlo … maggiore è la qualità del lavoro impiegato, maggiore la fatica dispiegata, maggiore è la sua permanenza dentro di noi.

Giorgio Barberio Corsetti: questo rapporto tra vuoto e spazio è qualcosa che ha a che fare con l’essere nel presente, nell’istante che dura il tempo di una rappresentazione.
A volte la presenza è costante, a volte la si insegue disperatamente nel momento che non si compie mai, è una benedizione quando succede e il testo diventa uno spazio da abitare. … La domanda di fondo è cosa pensa l’attore: pensa a se stesso come attore o pensa a se stesso nello spazio vuoto? (del testo di Corsetti ho una registrazione a tratti, per via della voce bassa, e quindi magari può integrarla)

Alfredo Pirri: il lavoro che descrivi, quello che porta l’attore a svuotarsi dei propri pensieri, del proprio io per essere nella testa del personaggio che deve interpretare, mi fa riflettere sulla mia difficoltà, tutta occidentale …. anche se innamorato del vuoto … che però non riesce ad immedesimarsi nella percezione di un orientale che vive il vuoto come pulizia interiore, assenza di tensioni, rilassamento … ho provato a essere in quella condizione, nella testa di un orientale e non ci sono riuscito. Non riesco ad avere quella percezione della permanenza eterna nell’idea del vuoto orientale, anche se so che ha a che fare con una profonda ricchezza e bellezza spirituale. Allora mi sono chiesto perchè non ci sono riuscito e ho capito che molto dipende da una differente percezione della luce: Il sole sorge sempre ad oriente … sia per me che sono ad occidente che per gli orientali stessi. La luce nasce ad oriente e tramonta ad occidente … a volte per qualche intervista o durante incontri pubblici, mi viene rivolta una domanda, sempre la stessa: perché nel mio lavoro ritorna l’uso del rosso che riflette sul bianco? A me viene da rispondere sempre così: avete mai notato l’evolversi del tramonto, soprattutto se si è su un aereo, da dove si può osservare quella luce rossa che va a sfumare nell’azzurro attraverso il violetto. Quel colore, che si intensifica col progredire del tramonto è, come sappiamo, il risultato dell’azione della luce del sole che, invisibile direttamente ai nostri occhi in quel momento, urta sulla terra rimbalzando verso l’alto o meglio tutt’intorno, la luce non ci arriva più dall’alto, pulita, diretta, bianca ma colorata dall’incontro e scontro con la terra che si staglia definendo l’orizzonte fino a sparire quando la posizione del sole le sarà esattamente contrapposta. Da questa percezione del tramonto nasce il mio interesse per il rosso. Io, da occidentale, condivido costantemente questo movimento progressivo e dolce verso il buio. Non mi sento a mio agio nella parte dell’illuminato che guarda in faccia il sole sentendosene parte e sparendo in esso lasciandosene bruciare. Mi sento invece parte di un tramonto infinito che ha in se, offrendomene la visione, la percezione momentanea della fine. Sono chi guarda le cose immerso nell’ombra della terra e del suo corpo maestoso che si avvia verso la fine. Questo è il mio osservatorio, da qui nasce quello che faccio.

Giorgio Barberio Corsetti: adesso mi fai pensare al film di Nanni Moretti dove tutti vanno a guardare l’alba…

Alfredo Pirri: sarebbe stato più bello fossero andati a guardare il tramonto. Se Moretti avesse avuto il coraggio di guardare in faccia la fine invece di trastullarsi con un inizio sempre avviato e sempre rimandato oggi avremmo un cinema italiano …. ma sulla questione della luce in rapporto anche al vuoto e al pieno mi piacerebbe ascoltare Luigi che è un astrofisico….

Luigi Spinoglio: se si pensa al rapporto tra vuoto e pieno solo come rapporto tra presenza e assenza di materia, lo spazio che noi siamo abituati a pensare pieno in realtà appare vuoto, se non si considera l’intercambiabilità o, meglio, l’equivalenza tra massa e energia. Se si guarda il nostro sistema solare si scopre che tutta la massa sta nel Sole, la Terra ha meno di un centomillesimo della massa del Sole e così via, Giove ha trecento masse terrestri, che è sempre una infinitesima parte (un millesimo circa) della massa del Sole. Se si aumenta il raggio dell’indagine fino ad ampliarlo a tutto l’universo, si scopre che la densità media dell’universo è estremamente bassa, si parla di (10-30g/cm3) dieci alla meno trenta grammi per centimetro cubo, da confrontarsi con la densità dell’acqua di 1 g/cm3 e dell’aria di 0.0013 g/cm3. Dieci alla meno trenta è un numeretto con trenta zeri dopo la virgola e quindi di massa c’è ne veramente poca per come la vediamo noi, ma certo quello che c’è è diverso da quello che può essere sperimentato.
Albert Einstein disse che E=Mc² in realtà qualunque forma di energia è un equivalente di massa, in effetti la massa si nasconde sotto forma di energia, i due concetti sono intercambiabili in fisica e quindi tutta la luce di cui parlavi tu prima è energia e quindi può essere massa. Se si fa esplodere una bomba si tira fuori questa energia, una bomba atomica trasforma le poche centinaia di grammi di massa che ci sono in una bomba, in una quantità di energia spaventosa …

Alfredo Pirri: … spaventosa non solo perché “micidiale” ma anche inimmaginabile, informe perchè col pensiero non riusciamo ad immaginarne la forma …

Luigi Spinoglio: … il rapporto tra vuoto e pieno in astrofisica è anzitutto un problema di massa mancante la cosiddetta “materia oscura” in cui siamo immersi e che pesa almeno 5 volte più di quella che conosciamo, che non si è mai vista ma della quale si vedono gli effetti indiretti nella dinamica dei corpi dell’universo. Quando i Greci sostenevano che l’universo è fatto di acqua, terra, aria e fuoco, avevano semplificato moltissimo il problema perchè non si occupavano delle grandi distanze, ma a livello locale avevano delle certezze. Questa certezza in astrofisica non esiste più.
Come si scoprì la materia oscura: dallo studio della dinamica dei corpi dell’universo, Fritz Zwicky, astronomo svizzero naturalizzato statunitense, nel 1933 misurò che all’interno di ammassi di galassie locali, nella costellazione “Chioma di Berenice”, le galassie si spostavano con velocità che non venivano spiegate dalla gravitazione della massa visibile. Cioè con la legge di Newton, dall’osservazione delle orbite dei corpi possiamo conoscerne la dinamica e quindi la massa totale del sistema; nello stesso tempo la massa totale può essere misurata dalla luce stellare, perchè le stelle sono sistemi bloccati con una relazione molto precisa tra massa e luminosità. Zwicky verificò, però, che la massa totale misurata dalle stelle era cento volte più piccola di quella misurata dalla gravitazione dei corpi celesti. Allora si cominciò a pensare che dovesse esistere della materia mancante e questa ipotesi è stata confermata anche dall’analisi della rotazione delle stelle all’interno delle galassie tra cui anche la nostra galassia. Anche nella Via Lattea le stelle si muovono in un modo che non è compatibile con la massa presente nella galassia, sono molto più veloci, almeno di tre o quattro volte. Inoltre, visto che la massa si concentra al centro, le orbite stellari dovrebbero diminuire man mano che si va verso la periferia, invece le curve di rotazione delle galassie sono piatte. Cioè le stelle si muovono a trecento chilometri al secondo sia nel centro che nella periferia delle galassie e questo non torna con la legge di gravitazione. E perchè non torna? Perchè si scopre che la massa che noi vediamo è solo il 5% della massa esistente. Oltre alla massa oscura, con le scoperte degli ultimi dieci anni, dell’universo inflazionario e dell’universo che ha un’accelerazione, si è introdotto il concetto di “energia oscura” che è stimata essere il 70% del totale, il 25% è la “materia oscura” il 5% è la materia che noi misuriamo sotto varie forme. Le stelle fanno l’1%, i buchi neri, le nubi galattiche, il mezzo interstellare diffuso, fanno un altro qualche percento fino alla somma del 5% che riusciamo a vedere, tutto il resto non lo vediamo.
Per ora l’unica certezza sulla “materia oscura” è che non ha la forma della nostra materia, non è la materia barionica a cui siamo abituati, fatta di atomi, nuclei, elettroni, protoni, ecc. E’, invece, una materia che sfugge e i grandi acceleratori, tra cui l’LHC (Large Hadron Collider) del CERN, stanno cercando proprio questa materia sottoforma delle cosiddette particelle WIMP (Weakly Interacting Massive particles), che sono particelle con deboli interazioni con la materia normale e così massicce da potersi prendere carico del problema di massa mancante, che è il 25% del totale rispetto al 5% che noi “vediamo”. L’altro 70% della materia che non vediamo è sottoforma della cosiddetta “energia oscura”, che non sappiamo neanche che cos’è nella sostanza, anche se i teorici dicono che è necessaria per spiegare l’accelerazione dell’espansione dell’universo, misurata attraverso le osservazioni delle supernove di tipo Ia, e sarebbe legata a una forma gravitazionale di segno opposto, repulsiva anziché attrattiva, come se anche la gravitazione avesse un polo positivo e un polo negativo, che noi non conosciamo in questo momento, ma secondo queste teorie sarebbe possibile.

Alfredo Pirri: di nuovo mi colpisce in quello di cui parli la questione della quantità. O meglio, mi pare di capire, che la qualità risieda proprio nella quantità delle cose presenti nel cielo e delle potenze che esse racchiudono ed esprimono. Potenze reali o percepite come tali che tu hai chiamato “materia oscura”, mentre ne parlavi mi tornavano alla mente tutti gli sforzi fatti dalle arti, dalla pittura al cinema o alla poesia per dare un’immagine di questa materia che sembra riempire tutto e che viene chiamata oscura forse perchè sconosciuta ma anche percepita come una minaccia. Ho pensato ai film di fantascienza che hanno cercato di interpretarla dandogli delle forme aliene, oppure alle figure oscure e malvage nelle raffigurazioni artistiche del passato così cariche di morale Cristiana o alla letteratura di Philip K. Dick quando parla di “un oscuro scrutare” al servizio di un potere capace di vedere dove altri non vedono…. ma la cosa più importante a cui mi fai pensare è la questione della riproposizione della mimesi, cioè di come l’arte possa, oggi, tornare a considerare la mimesi tra i suoi strumenti. Non più come hanno fatto per primi i Greci come imitazione di quello che si vede e di quello che conosciamo, ma lavorando al tentativo di rendere evidente quella materia oscura (o luminosa visto che si equivalgono) che non conosciamo, che non sappiamo se esista veramente e che forma abbia, o se abbia una forma. Una mimesi capace di riportarci verso l’ombra, di farcela amare e comprendere. Lo straordinario dell’arte sta proprio nello sforzo di imitare ciò che non conosciamo a sufficienza. Il poeta Milo De Angelis parla sempre dell’importanza del ritorno … ritornare ai luoghi dove siamo già stati … I luoghi che abbiamo già conosciuti, io penso che questi luoghi possono essere insieme paesaggi dell’infanzia o del linguaggio insieme a luoghi che non sapevamo ancora di conoscere e l’arte fa lo sforzo di rappresentare questi luoghi dove siamo stati ma di cui non sappiamo la forma.

Giorgio Barberio Corsetti: una delle tesi di filosofia della storia di Benjamin, in cui lui dice che l’automa che gioca a scacchi è la storia ma il nano nascosto che lo muove è la metafisica, la teologia, l’invisibile. Sappiamo bene che quello che noi arriviamo a percepire con i nostri sensi sia scientificamente che psichicamente, nella vita che viviamo è solo una parte minima di ciò che è. Allora cos’è questo “altro” che non possiamo percepire con i 5 sensi?
Per gli orientali che tu citavi prima non c’è solo aria, acqua, terra, fuoco, come per i Greci, ma c’è anche lo spazio che è fondamentale ed è rappresentato dal colore blu e a che fare molto con il vuoto. Lo spazio è il luogo dove avvengono tutti gli altri elementi. Ma essi parlano anche del vuoto mentale che non è assenza di pensiero, ma un modo di non pensare il pensiero come osservazione del nostro essere. Noi non siamo il nostro pensiero. Il monologo interiore non siamo noi, è quella parte di noi che si esplica nella vita quotidiana, al di la dell’essere, quella che gli orientali chiamano il Samsãra il mondo delle reincarnazioni dove siamo imprigionati. Così l’invisibile può apparire nell’opera d’arte e nel testo teatrale. Finalmente questo fantasma del padre lo vediamo, arriva, dice la sua racconta tutti i segreti che non mai andavano rivelati, e il povero Amleto resta a fare i conti con questo, e poi, non contento, continua a blaterare nel sottopalco. L’invisibile che non si può sperimentare con i sensi, ma che in qualche modo ci appartiene, deriva dal flusso della tradizione che determina il simbolico, una tradizione che presuppone anche una trasmissione.

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Pietro Montani: credo che questa discussione eviterebbe il rischio di allargarsi su troppi temi se si facesse lo sforzo di distinguere il concetto procedurale del vuoto dal concetto metafisico. Per procedurale intendo quella forma del vuoto che serve alla comunicazione: gli intervalli nella composizione musicale o nel montaggio cinematografico, le demarcazioni nella concatenazione delle unità linguistiche ecc. Il vuoto metafisico è quello della teologia negativa, l’allusione all’invisibile, il paradosso di Wittgenstein secondo cui “di ciò di cui non si può dire occorre tacere”, che è una frase che verte precisamente su ciò che dovrebbe, invece, essere taciuto… Trovo che l’aspetto procedurale del vuoto sia più interessante perché è quello che serve a dire, a parlare, a rappresentare, a fare musica, e anche a fare storiografia. La storiografia di Benjamin è il discontinuo per eccellenza: un vuoto procedurale, uno scarto improvviso che si apre tra il presente e il passato e dal quale il passato riemerge in forma nuova. Anzi, in forma rivoluzionaria, dice Benjamin.

Alfredo Pirri: non allontanarsi troppo dalle cose, in particolare considerare l’opera come una barriera contro cui sbattere come dei forzati in fuga racchiusi dentro un recinto. La necessità di avere barriere ha molto a che vedere con il vuoto, in fondo un’opera che cos’è se non una barriera contro la quale urtare contro la quale accanirsi, con la quale dialogare e con la quale trovare un accordo, un’alleanza. Non barriere contro qualcuno o realizzate per proteggersi ma per definire una linea immaginaria di confine fra l’opera ed il resto, una linea sottile ma visibile mobile e velenosa come un serpente, che sia allo stesso tempo un terreno di confronto e scontro. Quel confine secondo me è il linguaggio, un luogo dove accade una battaglia, l’opera d’arte vuol essere un luogo di battaglia.

Giorgio Barberio Corsetti: la soglia definitiva penso sia la morte. Credo che ogni opera in qualche modo è un punto di passaggio, un ponte che ha a che fare con la fine di un luogo e l’inizio di un altro.

Alfredo Pirri: ogni singolo gesto del fare arte è un gesto concluso, perfetto, definitivo e avviene dentro un confine, spaziale o temporale. In ogni opera il vuoto è a servizio del pieno, della sua rappresentazione. Il vuoto è come un enorme basamento che regge una piccola porzione di pieno, ce lo offre alla vista come si espone un dono, il dono del suo lavoro.

Pietro Montani: Alfredo ha fatto un elogio della finitudine, l’opera che esce dallo studio non è compiuta eppure è finita, l’arte è un’esperienza che ci invita a distinguere tra finitezza e compimento, qualcosa che ha a che fare con l’esperienza della mortalità. Qui il vuoto, lo scarto tra il finito e il compiuto, ci fa vedere che quell’aspetto che prima definivo procedurale ha delle valenze concettuali che l’arte sa esplorare in modo molto approfondito. Grazie al vuoto procedurale, per esempio, si possono effettuare scambi e commutazioni nei registri della sensibilità che ho spesso riscontrato come un tratto caratteristico delle opere di Alfredo. Penso a una sua opera di parecchi anni fa, Gas, che mi fece una grandissima impressione per la sua capacità di far emergere l’elemento gassoso da qualcosa che a tutta prima non ha alcun rapporto col gas: la saturazione del colore, la stratificazione degli spazi, il rapporto tra diversi gradi di solidità della materia ecc. Ecco un insieme di vuoti procedurali che evidenziano anche valenze filosofiche, ci danno da pensare concetti legati alla sensibilità
Sono abbastanza sorpreso, d’altra parte, che Giorgio si senta così rappresentato dalla concezione orientale e mistica del vuoto, quella che prima ho riferito alla teologia negativa. Lo trovo strano perchè questa intonazione mistica penalizza, mi pare, il lavoro di continua dislocazione dei confini spaziali che Giorgio fa regolarmente nei suoi spettacoli. E qui ritrovo, di nuovo, l’importanza costruttiva del vuoto procedurale.

Ph. Daniela Pellegrini

Parallelo 42, number 03, volume 42_10
Empty for Full
Encounter between Alfredo Pirri and Giorgio Barberio Corsetti
Rome 02 December 2010, at Alfredo Pirri’s house

Alfredo Pirri:

This meeting between myself and Giorgio Barberio Corsetti happens today after many years of knowing each other. We decided to have this conversation in public, although we’re at my house and although the people around us are all friends. We thought it’d be best to not be just us and a tape recorder, but that we’d surround ourselves with people we trust, the same trust with which you confess something to someone you love, counting first and foremost on love, and then on verbal exchange.

We found a title for this meeting, ‘empty for full’, a title which poses the question of the void, which is present in both my work and Giorgio’s work, who was telling me the other day that at the moment this problem is particularly pressing for him.
The use of the expression ‘empty for full’ though, allows us to not think the void only as something higher or indefinite, but also as something simple, practical. It’s a term used by surveyors to measure space, and has something to do with artisanal contact with space: builders or painters will base their quotes on a calculation of empty surfaces, like doors or windows, and ‘full’ surfaces, by which they mean that they are built, continuous wall. With this calculation, they create an equivalence between empty and full. At a first glance it looks like a scam, like they’re applying the cost to the full also to the cost of the empty, of surfaces they won’t have to paint. But the calculation isn’t based on measurements but on the surplus of work or of concentration needed to work on the empty spaces (on the void) compared to the ‘full’. They calculate, in effect, that the difficulty and the work necessary makes the void more precious than the full, so the calculation is based on a concession of the void to the full, a sort of gift, given that the void is more costly. In a certain sense, then, the void gives value to the full.
As I was saying earlier, Giorgio and I found the cue for this conversation in our work; in how in what we do there’s an equivalence of full and empty which almost confuses the two. And in effect, this is the case with every work of art, the balance of the two is at the heart of art. But the fact that these two entities find their delicate balances in the work shouldn’t make us forget that they are contrasting forces, strengths in constant struggle with one another inside the work and also in the eyes and minds of those who observe, those who try to understand the work’s identification, comprehension, co-division… Full and empty are both background and figurine, they push and pull against each other attempting to annihilate one another… or at least that’s how I see it… their dialogue, their harmony, is only a moment, a moment produced by the work of art, in which the two are in captivity and obliged to coexist…
Giorgio Barberio Corsetti:
Alfredo’s initial mention of artisanal practices has so much to do with the theatre, which is imbued with artisanal practices in many ways, it relies upon them for scenography, for costume, for the devising of character, for the definition of text… At the theatre, you work in layers, you work in passages, one after the other; even improvisation exists in this logic, it situates itself amongst these layers and contributes to the growth of a piece, day after day. The content of my new piece, in which after a long time I’ll be back on stage, is the void; and as an actor, I’ll have to interpret the silent shout, a feeling to transmit via physical force which is why my voice is so husky now…
Alfredo Pirri:
Speaking about physicality and reality of the work, of how the void acts upon the full concretely, I’d like to underline something which again has to do with the work of the artisan; it has to do with quantity, something which rarely comes to mind when we talk about the empty, because we imagine it as subtraction and never as addition. But I think the void, its action, is the result of a huge amount of work; in order to define it and display it there’s a surplus of effort that goes into it that almost reifies it, a tension much stronger than simple representation of that which isn’t there… that which is no longer there… or not yet there… for me the void involves more work and thought than the full, so I see it as something ‘present’. Although we tend to intend it as a negation rather than an affirmation, it isn’t negation, it isn’t renouncement: it’s the result of work, of an action which creates a field of feelings which we define as vacant. A desired, pretended, deserved, happy vacancy, never forever; a momentary vacancy, a flash, consumed in a second, the moment you perceive it. The more work, effort, time has gone into it, the longer this vacancy will reside within us.
Giorgio Barberio Corsetti:
This relationship between the void and space is something that has to do with being in the present, in the instant of representation. Sometimes presence is constant, sometimes we follow it desperately and it never takes place; sometimes presence is a blessing, when it happens, and sometimes the text becomes an inhabitable space. The question, the bottom line, is what is the actor thinking: does he think of himself as an actor or does he think of himself in the empty space?
Alfredo Pirri:
The work you’re describing, the actor’s work in emptying out his head of his thoughts, shifting himself into the head of the character, makes me think about my extremely western difficulty… although I’m in love with the void… that doesn’t let me understand the oriental attitude to the void as internal purification, absence of tension, relaxation… I have tried to do this, tried to shift into an oriental mode of thinking, and I failed. I can’t achieve the oriental perception of the void as eternal permanence, although I know it’s profoundly rich and spiritually beautiful. I asked myself why I couldn’t do it, and I thought it could have to do with the perception of light: the sun always rises in the East… both for me, in the West, and for those in the East. Light begins in the East and disappears in the West… in interviews and conferences, I often get the question of why in my work there’s always the presence of red reflecting on white. And I always answer like this: you know the way the sunset evolves, you especially see this if you’re on a flight, and the red light penetrates the light blue through a haze of violet? That colour which gets more and more intense as the sun sets is, as we know, the action of the light of the sun which, although we can’t see it, bounces against the earth and then bounces up again, or rather all around again, so the light no longer comes directly from above, white, but from below, coloured by the contact with the earth, and bounces against the horizon once again until it disappears, when the sun and the earth are perfectly aligned. My interest for red comes from here. I’m a Westerner, and I perceive and understand this fading to darkness. I don’t feel at ease when I’m illuminated, when I feel I am part of the sun, when the sun scorches me. I feel like I exist in an infinite sunset, the perception, the vision of the end. I’m the one who watches the world from the darkness of the world as it moves towards the end. This is my observatory, this is where what I do has its genesis.
Giorgio Barberio Corsetti:
Now you’re making me think about that film by Nanni Moretti in which they all go and watch the sunrise…
Alfredo Pirri:
It would have been better if they’d gone to watch the sunset. If Moretti had had the courage to look the end in the eye, rather than obsessing about a constantly beginning ‘beginning’, we may have some sort of Italian cinema today… but on the question of light in relation to the full and the empty I’d like to hear what Luigi has to say, since he’s an astrophysicist…
Luigi Spinoglio:
If we think of the relationship between full and empty as one between presence and absence of materiality, then the space we inhabit and consider full is actually empty, unless we consider the exchange, or rather the equivalence, between mass and energy. If we look at our solar system, we realise that all the mass is in the Sun, that the Earth only has a one hundred thousandth of the mass of the Sun and so on: Jupiter has three-hundred terrestrial masses, which is still an infinitesimal (millesimal, to be exact) amount of the mass of the Sun. If you look at the universe as a whole, you discover that the average density of the universe is very low, we’re talking about 10-30g/cm3, whereas if you consider the density of water, that works out at 1 g/cm3 and air is 0.0013 g/cm3. 10-30g is a tiny little number with thirty zeroes after the comma, and it contains a truly tiny amount of mass the way we see it, although of course what there is is different from what we can have experience of.
Albert Einstein said that E=Mc², but the truth is that every form of energy is the equivalent of a mass, because in effect all matter is hidden in the shape of energy, the two concepts are interchangeable in physics; and so all the light you were describing is all energy and is also all mass. If you make a bomb explode you’re pulling this energy out; an atomic bomb transforms a few hundred grams of mass into a terrifying amount of energy…
Alfredo Pirri:
… Terrifying because it’s lethal but also unimaginable, unformed, because we can never imagine its shape…
Luigi Spinoglio:
… The relationship between the full and the empty in astrophysics is really a problem of missing mass, so-called ‘dark matter’ which we are immersed in and which weighs at least 5 times more than the mass we know; it is matter we have never seen, but we see its effects on other bodies in the universe. When the Greeks saw the world as made of water, earth, air and fire, they had simplified things enormously because they only dealt with the local, and not with larger distances. These are certainties we can no longer have.
How did we discover dark matter: in 1933 Fritz Zwicky, a Swiss astronomer naturalised in the States, noticed that in certain local galaxies, notably in the Coma Berenices constellation, galaxies moved at a speed which was not explainable according to the gravitation of visible mass. According, that is, to Newton’s law, which allows us to know the dynamic and hence the total mass of a system from the observation of orbits. At the same time, total mass can’t be calculated from the light of stars, because stars are blocked systems with very precise relations between mass and luminosity. So Zwicky verified that the total mass measured from the stars was 100 times smaller than the one measured from the gravitation of celestial bodies. And that’s when the idea appeared that there must be some sort of missing mass, and this hypothesis was confirmed by the measurement of many other galaxies. Even in the Milky Way stars move in a way which isn’t compatible with the mass of the galaxy: they’re much faster, at least 3 or 4 times faster. Also, since mass moves towards the centre, stellar orbits should diminish as you move outwards, but the rotation curves of galaxies are flat. So stars move at three-hundred kilometres per hour both in the centre of the orbit and on its peripheries, and this doesn’t make sense with gravitational law. Why not? Because, as we found out, what we see is only 5% of visible matter. Apart from dark matter, research over the past 10 years on the expanding and accelerating universe has introduced the concept of ‘dark energy’, which most probably accounts for 70% of total energy, 25% of it is dark matter and 5% is what we can measure. Stars are 1%, and black holes, galactic clouds, interstellar matter make up another 5% or so until we get to the visible 5%. We can’t see anything else. For now, the only certainties we have regarding dark matter are that is doesn’t have the same shape as ours, made of atoms, nuclei, electrons, protons etc. It’s a kind of matter which escapes, and the great accelerators, LHC (Large Hadron Collider) and CERN, are looking for this matter in the shape of WIMP (Weakly Interacting Massive particles) particles, particles with weak interactions with normal matter, and with enough mass to be charged with the problem of missing mass, which is 25% compared to the visible 5%. The remaining 70% of matter is ‘dark energy’, and we don’t even know what it is in terms of substance, although experts think, from watching the behaviour of supernovas of the Ia type, that it is necessary for the acceleration of the expansion of the universe, and that it is linked to a gravitation of the opposite sign, repulsive rather than attractive; as if gravitation had a negative and a positive, which we don’t yet know, but which in theory could be possible.
Alfredo Pirri:
Again I’m struck by how you speak of quantity. Or rather, as far as I understand, quality is given by the quantities of things present in the sky and in the forces they hold and express. Real or perceived forces like what you call ‘dark matter’, and as you spoke, I though of all the efforts made in arts, be it painting or cinema or poetry, to give an image to this matter which is everywhere and which we call dark because we don’t know it, but which also sounds somehow like a threat. I thought about the science fiction films which have tried to give it an alien image, or about the dark and evil images of the past in moral Christian tradition, or about Philip K. Dick’s literature and his talk of a dark kind of watching at the service of a power that sees what is invisible… but especially you made me think of mimesis, of how art can reconsider mimesis as one of its instruments. Not the way the Greeks did it, as imitation, but as a way to make evident all that dark matter (or light matter, for the two are one and the same) that we don’t know, or that we don’t know exists, or what form it has if indeed it has a form. I’m thinking about a mimesis able to drag us into darkness, able to let us love and understand the dark. What’s extraordinary about art is its effort to imitate what it doesn’t even know. The poet Milo De Angelis always talks about the importance of returning… returning to places we have already been… and I think that these places can be the places of our childhood or of language but also places we didn’t know we knew. Art attempts to represent places we don’t know, places whose shape we cannot guess.
Giorgio Barberio Corsetti:
On of Benjamin’s theses of the philosophy of history says that the automaton playing chess is history but that the hidden spectre moving it is metaphysics, theology, the invisible. We know very well what we are able to know both scientifically and psychically, and in life it’s a very small part of all that is. So what is this ‘other’ which is nonetheless sensorially perceivable? For the East, as you were saying, there isn’t only air, water, earth, fire as for the Greeks, but also space which is fundamental and which is represented as blue and which has a lot to do with the void. Space is where all the other elements happen. But they also speak of a mental void, which isn’t the absence of thought, but a way of thinking which doesn’t think as mere observation of our own being. We are not our thought. Our interior monologue is not us, but that part of us that expresses itself in the everyday, beyond being, what in the East is called Samsara, the world of incarnations we are enclosed within. As such, the invisible can appear in the work of art, in the theatrical text. Finally the ghost of the father appears and says all the unsayable secrets; and poor old Hamlet has to deal with this, and then, unhappy, he keeps mumbling on stage. The invisible which cannot be experienced through the senses but which belongs to us comes from the same flux of tradition as the symbolic, a tradition which works on a transmission.

Pietro Montani:
I think this discussion could avoid the risk of moving too far out if we made a distinction between procedural void and metaphysical void. By procedural, I mean the void necessary for communication: intervals in musical composition, pauses in cinema, demarcation in grammar, etc. Metaphysical void is the void of negative theology, the allusion to the invisible, Wittgenstein’s paradox according to which ‘of that which cannot be said we must not say’, which is precisely about what shouldn’t be said… I think the procedural void is more interesting because we need it to say, to speak, to represent, to make music, and also make historiography. Benjamin’s historiography is the discontinuous par excellence: a procedural void, a sudden gap opening up between the present and the past and from which the past reemerges in a new form. In a revolutionary form, Benjamin says.
Alfredo Pirri:
Yes, not moving too far out, and in particular considering the work of art as a barrier against which captive prisoners push in order to escape. The need for barriers is also a question of void; after all what is the work of art is not a barrier to struggle against, or to found a dialogue with. Not barriers against the outside, barriers of protection, but barriers that draw out an imaginary line between the work and the rest, a thin but visible line, mobile and poisonous like a snake, a place for alliance and for struggle at the same time. I think this boundary is language, the place where battles happen; the work of art wants to be a battlefield.
Giorgio Barberio Corsetti:
I think the definitive boundary is death. I think every work of art is a point of passage, a bridge between a beginning of a place and the end of a place.
Alfredo Pirri:
Every single gesture of art is a concluded, perfect, definitive one, and it happens within a spatial or temporal boundary. In every work of art the void is at the service of fullness, of its representation. The void is like a huge base supporting a tiny portion of fullness, it presents that little fullness like a gift.
Pietro Montani:
Alfredo has homaged finitude, the work that comes out of the studio isn’t accomplished but it is concluded; art is an experience which obliges us to distinguish between finitude and accomplishment, and yes it has to do with mortality. Here the empty, the gap between the finished and the accomplished, shows is those procedural aspects that art is able to explore. For example it is thanks to the procedural void that we can exchange between registers of sensibility, something I have often noticed in Alfredo’s work. I’m thinking of a piece of his from a few years ago, Gas, which astounded me because it made the idea of gas emerge from something which at a first glance has nothing to do with it: the saturation of colour, the layering of space, the relations between states of solidity… here is a whole of procedural emptinesses which have philosophical value, which make us think of concepts linked to sensibility. In fact I’m quite surprised that Giorgio feels so represented by the Oriental and mystical idea of the void, by what I referred to earlier as negative theology. I find it strange because I think this mystical tone penalizes the constant dislocation he operates in his performances. And here, again, I see the constructive importance of procedural voids.

Ph. Daniela Pellegrini